Il Classese e la rinascita dell’Oltrepò pavese
con le bollicine
da Pinot nero
Il progetto “Classese” rilancia il metodo classico dell’Oltrepò pavese ottenuto da Pinot nero. L’iniziativa del Consorzio unisce storia, territorio e nuove regole qualitative per restituire identità alle bollicine di una delle più grandi aree italiane dedicate al vitigno simbolo della spumantistica
direttore
L’Oltrepò pavese è deciso a voltare pagina e lo fa ripartendo dal suo patrimonio più antico: lo spumante Metodo Classico da Pinot nero. Il progetto rilancia il nome Classese e nasce con un obiettivo preciso: ridare identità e credibilità alle bollicine prodotte sulle colline a sud del Po, distinguendo in modo netto il Metodo Classico dell’Oltrepò da altre tipologie e da un passato recente non sempre facile. Su questo obiettivo il Consorzio è schierato unanime ed è arrivato a questo traguardo, per molti versi “storico”, grazie al tandem che oggi guida i produttori: la presidente Francesca Servalvo e il direttore Riccardo Binda, che non a caso lo avevano presentato con soddisfazione al Vinitaly. L’obiettivo è quello di distinguere con maggiore precisione il Metodo Classico dell’Oltrepò pavese, valorizzare il territorio e rafforzare la reputazione delle sue bollicine.
Un territorio unico per il Pinot nero
Il paesaggio dell’Oltrepò pavese si sviluppa tra la pianura del Po e i rilievi dell’Appennino, dove le colline risalgono rapidamente fino a superare i 1.700 metri del Monte Lesima. Quattro valli principali - Versa, Scuropasso, Coppa e Staffora - scandiscono il territorio da est a ovest, creando un mosaico di microclimi particolarmente favorevoli alla viticoltura. Le altitudini medie si aggirano attorno ai 250 metri, ma molti vigneti raggiungono e superano i 600 metri, con condizioni di ventilazione ed escursioni termiche ideali per il Pinot nero.
Anche la geologia racconta una storia affascinante: milioni di anni fa quest’area era coperta da un oceano tropicale, che ha lasciato in eredità suoli ricchi di calcare e sedimenti marini. È proprio questa composizione a contribuire alla mineralità e alla finezza dei vini prodotti in queste colline. La biodiversità del territorio, con numerose specie vegetali endemiche, completa un ecosistema che negli ultimi anni è diventato anche una risorsa per affrontare le sfide del cambiamento climatico.
La tradizione delle bollicine nell’Oltrepò
L’Oltrepò pavese è oggi la più grande area italiana coltivata a Pinot nero, con oltre 3.000 ettari dedicati al vitigno. Ma la storia del Pinot nero in queste colline non nasce oggi. Già nella seconda metà dell’Ottocento il territorio era protagonista di importanti sperimentazioni sulla produzione di spumanti Metodo Classico. Tra i protagonisti di questa fase pionieristica ci furono Carlo Gancia, uno dei padri dello spumante italiano, e il conte Augusto Giorgi di Vistarino, che contribuì a sviluppare la coltivazione del Pinot nero nell’area.
Ed è anche qui, quando questo territorio era ancora “vecchio Piemonte”, prima dell’Unità d’Italia, che, in continuità con quanto accadeva in Langhe e Monferrato, si producevano Champagne che vincevano i concorsi francesi. E non dimentichiamo che proprio da queste terre, in passato, venivano le uve di Pinot nero utilizzate per alcuni Franciacorta. Fin dall’Ottocento il territorio ha dimostrato una particolare vocazione per la produzione di blanc de noirs e rosé de noirs, cioè spumanti ottenuti da uve Pinot nero vinificate in bianco. Una caratteristica che ancora oggi rappresenta uno degli elementi distintivi dell’Oltrepò pavese nel panorama internazionale delle bollicine.
Classese: il progetto per ridare identità alle bollicine
Il nome Classese nasce dalla fusione tra “classico” e “pavese”, un termine che vuole sintetizzare il metodo produttivo e l’origine territoriale. L’idea di creare un’identità forte per il Metodo Classico dell’Oltrepò non è recente. Già negli anni Ottanta un gruppo di produttori comprese la necessità di parlare con una voce più chiara. Nel 1984 nacque così l’Associazione produttori del Classese, presieduta da Carlo Boatti, con l’obiettivo di valorizzare il Metodo Classico da Pinot nero dell’Oltrepò pavese. Oggi il Consorzio ha deciso di rilanciare questo progetto, approvando quasi all’unanimità il ritorno del marchio Classese per:
- distinguere il Metodo Classico dell’Oltrepò da altre denominazioni;
- rafforzare la riconoscibilità del Pinot nero spumante;
- garantire standard qualitativi più chiari e condivisi.
Il progetto vuole quindi rappresentare un impegno collettivo del territorio per rilanciare la qualità e la reputazione delle bollicine locali.
Regole produttive e controlli
Alla base del progetto Classese ci sono norme produttive precise, pensate per garantire coerenza stilistica e qualità. Il Consorzio vigila sul rispetto di queste regole attraverso sistemi di controllo condivisi con i produttori. «Siamo in attesa dell’approvazione definitiva di questo nuovo disciplinare - spiega Francesca Servalvo - che abbiamo approvato all’unanimità in consorzio, e le regole sono state rese il più rigorose possibile, non tanto come vincoli, ma proprio come scelte produttive: 85% di Pinot nero minimo come base fondante; i 6 grammi di acidità come parametro, che è fra l’altro uno dei più rigorosi d’Italia; e, in più, una raccolta necessariamente manuale. Insomma, tutte scelte che abbiamo deciso per mettere veramente un sigillo alla qualità di questo prodotto». L’obiettivo è chiaro: costruire un marchio che rappresenti non solo una tipologia di vino, ma un patto tra territorio, produttori e consumatori. Dopo anni complessi per l’Oltrepò pavese, Classese viene presentato come uno dei passaggi più concreti per riconquistare la fiducia degli appassionati.
«Già quest’anno - spiega la presidente del Consorzio - cresciamo rispetto all’anno scorso: siamo a 700.000 bottiglie, che sono già un numero in crescita, per cui siamo contenti. Contiamo nei prossimi anni di arrivare alla soglia di almeno 3-4 milioni di bottiglie per iniziare a contare davvero qualcosa». In questa prospettiva è interessante osservare come molti produttori del territorio siano oggi motivati e interessati a trasferire a Classese le produzioni di alcuni dei loro metodi classici. Fra le novità, la presenza di uno dei più importanti produttori di spumanti italiani (Berlucchi), che negli anni scorsi aveva acquisito la cantina Vigna Olcru a Santa Maria della Versa. Siamo ovviamente lontani dai 20 milioni di bottiglie di bollicine prodotte in Franciacorta, dai 12 del Trentodoc o dai 3-4 dell’Alta Langa, ma il Pinot nero in Oltrepò è davvero tanto e, in poco tempo, si potrà raggiungere una dimensione decisamente importante.
Le prossime tappe del progetto
Il rilancio del Classese è già entrato nella fase operativa. Tra le prossime tappe del progetto ci sono:
- l’utilizzo del marchio Classese in etichetta, con la presentazione delle prime 40 etichette;
- l’approvazione ministeriale delle nuove regole del disciplinare;
- il riconoscimento della menzione tradizionale Classese, utilizzabile accanto alla denominazione;
- il possibile cambio di nome della denominazione in Classese Docg.
Parallelamente è in corso anche una mappatura dettagliata del territorio vitivinicolo dell’Oltrepò (ci saranno 4 Mga: le quattro valli, non tanto come una suddivisione geografica, ma come una chiave di lettura e di interpretazione), realizzata con Enogea di Alessandro Masnaghetti, uno dei maggiori esperti italiani di cartografia del vino.
Un territorio che prova a ripartire
Il progetto Classese rappresenta quindi un tentativo di ridefinire l’identità delle bollicine dell’Oltrepò pavese, puntando su ciò che questo territorio sa fare meglio: il Metodo Classico da Pinot nero. Più presto il progetto riuscirà a consolidarsi, prima l’Oltrepò tornerà a occupare un ruolo più chiaro nel panorama delle grandi bollicine europee. Una sfida che parte da lontano, dall’Ottocento, e che oggi prova a costruire una nuova fase per uno dei territori storici del vino italiano.









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