Il 17 ottobre, durante violenze a Lione in margine a una manifestazione, un gruppo di incappucciati è entrato nell’Office de tourisme di place Bellecour, ha saccheggiato l’edificio, ha staccato la statua di Paul Bocuse e l’ha gettata al centro della piazza. Poco dopo è stato appiccato un incendio alla struttura, un edificio storico. La statua, in resina e collocata all’interno dell’ufficio turistico, è stata trovata a terra, degradata e abbandonata. Un’immagine che ha colpito soprattutto perché Bocuse non è un simbolo politico: è uno dei nomi più universali della gastronomia mondiale.
Paul Bocuse non rappresentava un potere, un partito o una politica. Rappresentava il sapere, l’ospitalità e l’eccellenza artigianale della Francia: valori che appartengono alla civiltà occidentale e che hanno insegnato al mondo il rispetto per il prodotto, la tecnica, la tavola e il servizio. Abbattere la sua effigie significa colpire esattamente ciò che non ha nulla a che fare con le cause della rabbia sociale. Non è un gesto di rivendicazione, ma di cancellazione: contro un uomo che ha lavorato tutta la vita, formato migliaia di cuochi e portato il nome di Lione e della Francia nelle cucine di tutto il mondo.
La voce di Jérôme Bocuse
Jérôme Bocuse, che vive negli Stati Uniti da oltre trent’anni e dirige il Pavilion de France a Epcot, in Florida, ha raccontato di aver visto online la statua del padre rovesciata. Ha scritto: «Oggi ho visto la statua di mio padre abbattuta e vandalizzata da hooligans».
La sua lettera non difende la violenza, ma distingue con nettezza il diritto di manifestare dalla distruzione: «Bruciare, saccheggiare, distruggere, disonorare la memoria di una persona morta, è una vergogna». Per lui, chi ha agito non difende nulla e non conosce nemmeno la storia dell’uomo che ha gettato a terra.
Bocuse ha ricordato che il padre «ha iniziato tutto da fondo», lavorando sette giorni su sette per far brillare la Francia, formare migliaia di chef e sostenere centinaia di famiglie. Una biografia fatta di lavoro e trasmissione, non di privilegi: proprio per questo l’atto vandalico appare ancora più privo di senso.
Un simbolo mondiale
Bocuse è stato molto più di un grande chef: è stato l’ambasciatore internazionale della cucina francese, una delle espressioni più influenti della cultura occidentale. Il suo nome evoca immediatamente Lione, la grande tradizione delle brasserie, il rigore della cucina e l’idea che mangiare sia anche un atto culturale. Per questo la sua statua non era soltanto un oggetto decorativo in un ufficio turistico. Era un segno di riconoscimento: il mondo intero, entrando a Lione, sapeva di trovare lì un pezzo della storia gastronomica francese e della sua cultura.
Il paradosso
Il paradosso è evidente: in una giornata nata come protesta contro le difficoltà economiche, alcuni hanno scelto di distruggere il simbolo di un uomo che ha creato lavoro, formazione e prestigio per la sua città e per il suo paese. Non hanno colpito un potere, ma un’eredità. Come ha scritto Jérôme Bocuse, una statua può essere riparata.





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