lunedì 22 marzo 2021

La pandemia ha cambiato le priorità. Ma l'acqua rimane sempre un bene scontato

 

La pandemia ha cambiato 

le priorità. Ma l'acqua 

rimane sempre 

un bene scontato

Nell'anno dello stravolgimento causato dal Covid, molti italiani hanno prestato attenzione ai propri consumi. Eppure, solo il 2% in più ha messo al primo posto quelli idrici. Le azioni dei singoli non bastano a invertire la rotta. Ma se cominciassimo a pensare il problema partendo dal cibo? Forse le cose cambierebbero veramente
Da oltre un anno a questa parte, tutta la nostra attenzione si è concentrata su un solo tema: la pandemia. Un catalizzatore di attenzioni che, da un lato, ha messo in secondo piano le numerose priorità che dovremmo comunque affrontare prima o poi in tema ambientale e, dall’altro, ha fatto nascere nuove consapevolezze in termini di stili e abitudini di consumo. In quale delle due tendenze sia finito il tema del consumo idrico è difficile dirlo. Per fortuna, ogni 22 marzo, si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. E i dati che sono stati snocciolati nell’avvicinarsi a questa data dicono che la strada da fare è più lunga di quella che ci porterà fuori dalla crisi sanitaria.

In Italia un problema di percezione
Secondo il consueto sondaggio realizzato da Ipsos per Finish (il brand di prodotti per la pulizia), e condotto nel mese di gennaio 2021, emerge che in Italia c’è ancora una scarsa percezione del problema, tanto che solo 2 italiani su 10 ritengono che il problema della scarsità d’acqua sia un problema generalizzato (con il 70% degli intervistati che minimizzano la questione ritendendola un problema solo per determinati territori e determinati momenti dell’anno).

Peccato che proprio l’Italia sia “seduta” su uno degli hotspot più caldi per quanto riguarda il consumo d’acqua. Secondo il World Resources Institute, il nostro Paese raggiungerà una situazione di stress idrico molto critica entro il 2040. Prospettiva considerata lontana dal 52% del campione Ipsos (che ritiene ci sia sufficiente tempo per invertire la rotta), mentre l’11% pensa che previsioni simili siano solo mosse utili per diffondere paura e tensione fra le persone. Difficile quindi immaginare che i 220 litri d’acqua di consumo giornaliero medio pro-capite possano ridursi in fretta e avvicinarsi, almeno, alla media europea di 165 litri. Soprattutto se si pensa che l’attenzione per questo tema, nell’ultimo anno segnato dalla pandemia, è aumentata solo di due punti percentuali (75% delle citazioni contro il 73% dell’anno precedente) contro il +9% dei consumi elettrici e il +10% dei consumi di gas.

Le azioni dei singoli perdono efficacia
E questo spiega, almeno in parte, la difficoltà di far sì che le azioni dei singoli abbiano una reale efficacia. Certo, il 68% degli intervistati, è convinto che il ruolo principale lo debbano avere i cittadini, riducendo o comunque migliorando i propri consumi. Ma il 58% affida un ruolo importate a enti pubblici che si occupano della manutenzione delle tubature, il 54% ai governi, che dovrebbero punire coloro che non adottano comportamenti corretti, mentre il 50%, alle aziende, che devono impegnarsi a migliorare i processi produttivi. Eppure, basta un dettaglio per capire che la percezione delle priorità sia sfalsata: il 66% delle persone è cosciente che si consuma più acqua lavando i piatti a mano rispetto all’utilizzo della lavastoviglie (12 litri contro i 122 di chi usa spugna, guanti e rubinetto), ma nonostante ciò il 70% dei possessori continua a non attuare questo tipo di comportamento.

Continuiamo a bere troppo acqua in bottiglia. Di plastica
A confermare questa discrasia, la ricerca condotta a febbraio 2021 da Toluna per il Gruppo Culligan, leader mondiale nei sistemi per il trattamento dell’acqua, su un panel internazionale. Lo studio mira a indagare comportamenti legati al consumo di acqua da bere, a casa e fuori casa, in un anno senza precedenti segnato dalla pandemia di Covid-19. Ecco, secondo i risultati, sebbene il 76% degli intervistati italiani ritenga che ridurre l’utilizzo di plastica monouso - sostituendo le bottiglie in Pet con borracce riutilizzabili - sia una delle prime azioni da compiere per ridurre il proprio impatto ambientale, il 59% dello stesso campione preferisce le care e vecchie abitudini: consumare acqua minerale in bottiglia. Di plastica.

La soluzione sta nel cibo: il progetto di Fondazione Barilla
Cosa fare allora? Un contributo viene da Fondazione Barilla e dal progetto Su-Eatable LifeIn sintesi, un ricettario pratico ed efficace che parte da una domanda basilare: quanta acqua mangiamo? Una strategia che punta a ribaltare il rapporto degli individui con quello che ormai è considerato l’oro blu sottolineando il peso dell’acqua nascosta in ogni alimento. Ossia, la componente idrica consumata per la produzione del cibo. Qualche esempio per capire. Per produrre un chilo di verdura, per esempio, servono 336 litri di acqua, per un chilo di legumi essiccati ne servono circa 4.615, per un chilo di carne di maiale 6.299 e addirittura 15.139 litri per produrre un chilo di carne di manzo. Andando più nello specifico, in Italia l’impronta idrica per persona al giorno si attesta intorno ai 6.300 litri. Circa il 30% in più rispetto alla Francia e circa il 6% in meno rispetto alla Spagna e il 20% in meno rispetto agli Stati Uniti. Per questo, l'adozione di una dieta più sostenibile, che passi dalla scelta di prodotti la cui filiera produttiva e distributiva è meno impattante potrebbe essere la soluzione. Soprattutto in un momento in cui, chiusi in casa, non ci resta che mangiare.

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