«Il fine dining è morto». Lo chef Bruno Verjus ha scelto questa formula, senza attenuarla, per spiegare perché Table, il suo ristorante parigino, chiuderà il prossimo 22 dicembre. La frase è arrivata in un video pubblicato sui social e acquista un peso particolare se si guarda al momento in cui viene pronunciata: Table ha infatti due stelle Michelin, è stato terzo nella World’s 50 Best Restaurants del 2024 e ottavo nel 2025. Il suo unico menu degustazione costa 480 euro a persona, vini esclusi, e il locale è ancora uno degli indirizzi dell’alta cucina più ambiti nella capitale francese.
Una crisi che va oltre i costi
Il punto, tuttavia, non è che un grande ristorante non riesca più a stare in piedi. Table, vedi sopra, funziona ancora (eccome), è riconosciuto e, come detto, continua a occupare una posizione centrale nel fine dining francese e internazionale. Verjus sceglie di fermarlo proprio per questo: perché non vuole più identificarsi con un modello che, per garantire una certa qualità di prodotto e di servizio, finisce inevitabilmente per rivolgersi a una cerchia ristretta di clienti. «Non mi sento più a mio agio a escludere le persone dalla mia tavola» ha detto.
È qui che il suo annuncio introduce un livello ulteriore nella crisi dell’alta ristorazione, di cui Italia a Tavola racconta da tempo le ragioni più concrete. Si parla spesso dell’aumento dei costi, della fatica nel trovare personale qualificato (e degli ambienti tossici) e della necessità di alzare i prezzi per sostenere cucine sempre più complesse. Verjus parte da quella stessa realtà, ma porta il ragionamento su un piano culturale: che cosa significa, oggi, costruire una cucina destinata a pochissimi, per quanto eccellente essa sia?
Il caso Table e il paradosso di Verjus
La scelta appare ancora più significativa perché Verjus, ricordiamo, non arriva da una cucina ferma sulle proprie certezze. Nato nel 1959, ha infatti studiato medicina, ha lavorato come imprenditore e si è occupato di critica gastronomica prima di aprire Table, nel 2013, quando aveva ben 54 anni. È praticamente un autodidatta e ha sempre costruito la propria identità attorno alla materia prima, assegnando al cuoco un compito preciso: mettere in relazione chi produce il cibo e chi lo riceve a tavola.
A Table, infatti, come anticipato, non esiste un menu fisso. Ogni giorno la proposta cambia in base a ciò che arriva dai produttori e la cucina lavora su quella disponibilità. Appena il 28 gennaio scorso, Gambero Rosso raccontava proprio Table come un ristorante che aveva rinunciato al menu prestabilito e al “controllo totale”, affidando il servizio agli arrivi quotidiani di pesci, ortaggi e altre materie prime. Otto mesi dopo, lo stesso chef che aveva fatto di quella libertà il proprio metodo annuncia la chiusura del locale.
La domanda aperta sul futuro dell’alta cucina
Questo rende il caso di Table più difficile da liquidare. Non si tratta del tramonto di un ristorante ormai prevedibile, né della presa d’atto di una formula incapace di rinnovarsi. Verjus lascia una tavola che continua a essere celebrata perché ritiene insufficiente cambiare il modo in cui si cucina, se resta immutato il modo in cui quella cucina viene offerta e, soprattutto, a chi può arrivare: «Voglio nutrire le persone, ma non soltanto poche persone» ha proseguito nel video.



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