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Sullo schermo del tablet al tavolo di un ristorante sushi All You Can Eat, un secondo prima di inviare l'ordine, compare un messaggio automatico: "Sei sicuro di riuscire a mangiare tutto? Ricorda che gli sprechi si pagano a parte e il totale stimato è di oltre 2.000 calorie". È il caso esploso di recente su Reddit - e rilanciato dalla stampa nazionale - che ha riacceso i riflettori sul rapporto tra tecnologia, nutrizione ed esperienza del cliente al ristorante.

Menu digitali e ordinazioni da tablet: la tecnologia trasforma l'esperienza al tavolo, aprendo la strada a notifiche e riepiloghi nutrizionali in tempo reale
Menu digitali e ordinazioni da tablet: la tecnologia trasforma l'esperienza al tavolo, aprendo la strada a notifiche e riepiloghi nutrizionali in tempo reale

Un fenomeno che non riguarda più solo le ordinazioni al tavolo tramite QR code o tablet, ma che si sta estendendo a macchia d'olio anche sulle principali piattaforme di food delivery, dove sempre più spesso al checkout (o subito dopo la conferma dell'ordine) compaiono riepiloghi dettagliati sul conteggio calorico complessivo del pasto. Ma dove finisce il confine tra la giusta trasparenza nutrizionale e una forma sottile di colpevolizzazione - il cosiddetto calorie shaming - mentre si sta semplicemente cercando di ordinare una cena?

Subire l'informazione o usarla: 

la visione del nutrizionista

Per comprendere il valore di questi avvisi digitali, la distinzione fondamentale risiede nel modo in cui il dato viene percepito ed elaborato. C'è chi vede nella notifica un "rimprovero automatico" e chi, al contrario, vi riconosce uno strumento di consapevolezza al servizio dell'utente. «Ci sono due modi di ricevere un’informazione: puoi subirla oppure puoi utilizzarla», spiega Domenicantonio Galatà, nutrizionista e presidente dell'Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina. «Spesso la subiamo semplicemente perché non la comprendiamo o perché è poco pratica. Il caso del tablet è interessante proprio perché l'analisi arriva mentre fai le tue scelte. Il sistema ti avvisa che hai superato un fabbisogno indicativo per un pasto, ma poi fai quello che vuoi: nessuno ti sta vietando nulla».

Domenicantonio Galatà, nutrizionista e presidente dell'Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina:
Domenicantonio Galatà, nutrizionista e presidente dell'Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina:

L'applicazione di questo principio sta contagiando anche la ristorazione d'autore. Lo stesso Galatà rivela che questo approccio entrerà a far parte della proposta di un noto indirizzo campano: «Stiamo applicando questo concetto al menu del ristorante Ristorante San Salvatore a Paestum (Sa), dove integreremo anche altri parametri scientifici come l'Indice di Adeguatezza Mediterranea (IAM)».

Il paradosso della qualità: «Ci preoccupiamo 

dei numeri, non di cosa mangiamo»

Se la nutrizione applicata alla ristorazione punta su numeri e indici matematici, c'è chi segnala come questa ossessione per il dato rischi di svuotare di senso il cibo stesso. A mostrare un forte scetticismo verso questo approccio è Alessandro Bellingeri, chef del ristorante una stella Michelin Acquarol ad Appiano (Bz), noto per la sua filosofia di cucina incentrata sulla lavorazione artigianale della materia prima fresca e sulla valorizzazione della filiera corta «Siamo di fronte a un'apparenza digitale che rischia di penalizzare le nostre tradizioni», spiega lo chef.

pop up
Alessandro Bellingeri, chef del ristorante una stella Michelin Acquarol ad Appiano (Bz)

«Oggi il cliente guarda il prezzo al chilo o la scheda nutrizionale, si spaventa e poi magari compra al supermercato cibi ultra-processati o fatti con semilavorati industriali. Ci preoccupiamo dell'etichetta con le calorie o dei bollini di avvertimento come negli Stati Uniti, ma non ci accorgiamo che la gente comune non sa più riconoscere un prodotto autentico fatto a mano da uno industriale. Il dato numerico da solo non dice nulla sulla qualità della materia prima e sulla cura di chi la lavora».

La sacralità della tavola: «Se una sera 

vuoi trasgredire, lo fai con felicità»

Sulla stessa linea è Salvatore Butticè, chef e patron insieme ai fratelli del ristorante Il Moro di Monza, che sposta l'attenzione dall'ossessione per i numeri al valore emotivo ed edonistico dell'esperienza al ristorante. «La tavola è sacra per gli ospiti», commenta a caldo lo chef. «Quando i clienti si siedono da noi scelgono una filosofia, la cucina, la stagionalità, l'etica e il rispetto della materia prima. Chi sceglie certe tavole vuole prima di tutto divertirsi. Credo che su queste cose spesso si esageri pur di fare notizia o raccontare qualcosa».

Salvatore Butticè, patron del ristorante Il Moro di Monza
Salvatore Butticè, patron del ristorante Il Moro di Monza

Per Butticè, la tentazione di trasformare il momento dell'ordine in un bilancio calorico rischia di snaturare il senso stesso dell'esperienza al ristorante o di un pasto speciale ordinato a domicilio: «I nostri clienti sanno cosa prepariamo per loro e sono del tutto consapevoli che, se una sera decidono di trasgredire, lo fanno con felicità, senza stare lì a farsi troppi pensieri su quante calorie ci siano nel piatto. Poi magari il giorno dopo ci si va a fare una corsa al parco, ma di fronte al buon cibo, alla buona tavola, a un calice di vino e alla compagnia degli amici... non c'è chilocaloria che tenga!».

Algoritmi, convivialità e il mito 

del "numero fisso"

Per comprendere la ragione di questi avvisi, occorre guardare al funzionamento delle piattaforme software e dei sistemi di ordinazione digitale. Non si tratta di semplici tabelle nutrizionali passive, ma di veri e propri algoritmi di stima dinamica. Incrociando le grammature medie degli ingredienti dichiarati nelle ricette dei menu digitali, il sistema calcola in tempo reale l'apporto calorico dell'intero carrello. In alcuni casi, i software integrano logiche di nudge (la "spinta gentile" della psicologia comportamentale, un piccolo cambiamento nell'ambiente che orienta le decisioni delle persone verso un'opzione desiderata, senza imporre obblighi, divieti o sanzioni e lasciando totale libertà di scelta, ndr) studiate per ridurre lo spreco alimentare o per disincentivare consumi eccessivi in un'unica sessione.

Quando si mangia al ristorante forse è più importante fare attenzione alla qualità e non alle calorie
Dietro ai menu digitali lavorano algoritmi capaci di stimare in tempo reale il valore nutrizionale del carrello, applicando strategie di "nudge" comportamentale

Tuttavia, il confine tra la prevenzione dello spreco e il giudizio sulle abitudini alimentari del cliente appare labile. Se nel caso dell'All You Can Eat il pop-up nasce con la giustificazione economica e ambientale di frenare gli sprechi al tavolo, nel delivery la notifica sulle calorie rischia di trasformarsi in un "rimprovero digitale" proprio nel momento in cui l'utente sta per concedersi uno sgarro o una serata in compagnia. Naturalmente, l'obiezione principale mossa da molti clienti riguarda la rigidità del calcolo matematico. Un algoritmo non può sapere se il tavolo è occupato da uno sportivo a fine allenamento o se i piatti ordinati verranno condivisi tra più commensali.

Quando si mangia al ristorante forse è più importante fare attenzione alla qualità e non alle calorie
limite dell'algoritmo: un calcolo matematico non può prevedere se i piatti ordinati verranno divisi tra più commensali al centro della tavola

Una rigidità di cui anche gli esperti sono ben consapevoli. «Chiaramente non dobbiamo mai ridurre l’alimentazione a un semplice numero di calorie: i fabbisogni sono diversi, le persone sono diverse e soprattutto le occasioni sono diverse», precisa Galatà. «Se sono fuori a cena con gli amici è assolutamente normale mangiare qualcosa in più, c’è la convivialità e il piacere della condivisione. Magari quello che sto ordinando non è solo per me, ma va al centro della tavola. Sapere che l'ordine corrisponde a tre o quattro porzioni non significa non poterlo ordinare, significa sapere esattamente cosa si sta ordinando». Se la ristorazione collettiva e organizzata ragiona da anni in termini di porzioni, grammature e composizione nutrizionale, la vera sfida della ristorazione commerciale oggi è rendere questi dati fruibili senza rovinare l'esperienza del pasto.

Cibo come bene pubblico: 

l'impatto etico ed ambientale

Al di là della conta calorica individuale, la comparsa di questi avvisi al momento del checkout solleva una questione etica più profonda, che lega la scelta del singolo all'impatto collettivo. «Quando parliamo di cibo tendiamo a considerarlo esclusivamente una scelta privata: io pago, io ordino, io mangio. Ma non è così», conclude Galatà. «Per produrre quel cibo sono stati usati terreno, acqua, energia e materie prime. L’impatto ambientale e climatico di quello che consumiamo e sprechiamo riguarda tutti: da questo punto di vista il cibo è a tutti gli effetti un bene pubblico. Sapere quanto sto ordinando e quante porzioni sono aiuta a evitare di lasciare metà piatto sulla tavola, che è semplicemente uno spreco. Il tablet non ti dice quanto devi mangiare, ti dà un’informazione. Essere liberi di scegliere è fondamentale, quanto ragionare in termini di impatto sociale e globale».

Quando si mangia al ristorante forse è più importante fare attenzione alla qualità e non alle calorie
Ritrovare l'anima del piatto: di fronte al cibo vero e alla tradizione artigianale, il valore dell'esperienza va oltre il semplice conteggio calorico

Un'impostazione etica che però, per chi lavora ogni giorno trasformando la materia prima fresca e selezionata al dettaglio, rischia di trasformarsi in un ulteriore appesantimento concettuale. «Io mi devo fidare del mio contadino e di chi mi fornisce la materia prima: se parto da un prodotto fresco e di alta qualità, quella è già la prima garanzia di attenzione verso il cliente», conclude Bellingeri. «A forza di rincorrere parametri, calorie, restrizioni e nozioni matematiche stiamo cadendo un po' nell'assurdo. Si pretende il no-glutine, il no-lattosio, le zero calorie, magari pretendendo anche che costi poco. Trasformare ogni pasto in una sessione di calcolo o in una lezione teorica rischia solo di allontanarci dal valore reale della cucina vera e dal rispetto per il prodotto».

Il dibattito rimane aperto. In un'epoca in cui l'atto di ordinare da mangiare passa inesorabilmente attraverso uno schermo, la vera sfida per la ristorazione non sarà semplicemente contare i numeri o mostrare pop-up di avvertimento. Tra la necessità di una consapevolezza nutrizionale ed etica, la difesa della freschezza artigianale contro i prodotti ultra-processati e la tutela della convivialità, la tecnologia dovrà imparare a essere uno strumento d'aiuto discreto, senza mai privare il piatto della sua anima e del piacere di stare a tavola.