Influencer contro catena di ristoranti:
chiusi 100 locali
e Pechino usa la censura
La battaglia digitale tra la storica catena Xibei e un influencer cinese apre il dibattito su libertà di critica, reputazione dei brand e potere dei social nel condizionare l’industria della ristorazione, mostrando come una crisi online possa tradursi rapidamente in perdite economiche, chiusure di locali e nuove pressioni normative su trasparenza e comunicazione nel settore food
direttore
Per 38 anni, la catena Xibei è stata una presenza costante nella scena gastronomica cinese, punto di riferimento per la cucina tradizionale del Nord-Ovest. Poi, in poche settimane, un’ondata di polemiche social ha messo in ginocchio il marchio. Tutto è iniziato quando un influencer molto seguito ha accusato l’azienda di scarsa trasparenza nella provenienza delle materie prime e di un uso eccessivo di “cucine centrali”, ovvero laboratori comuni dove si preparano semilavorati per più sedi. Da lì è esplosa una vera e propria guerra digitale: video-denunce, risposte ufficiali, contro-accuse di diffamazione. Il confronto è presto degenerato, con milioni di utenti schierati e un danno reputazionale diventato incontrollabile. Era intervenuto direttamente il fondatore della catena, Jia Guolong, parlando di ingredienti “semi-lavorati” e per difendersi aveva aperto le cucine di quasi 400 punti vendita alle telecamere. Mai mossa poteva essere peggiore: la rete cinese è stata subissata dai video che mostravano buste surgelate, dando di fatto ragione all’influencer….
La catena ha chiuso il 30% dei suoi ristoranti
Risultato: Xibei è stata costretta a chiudere 102 ristoranti (il 30% della sua rete) in 30 città e licenziando quasi 4mila dipendenti. A quel punto è intervenuta direttamente Pechino, invitando le parti a limitare l’escalation e sospendendo l’account dell’influencer, accusato di andare oltre i limiti della critica costruttiva. Con l’occasione è stata annunciata una nuova regolamentazione (a oggi carente) sulla ristorazione.
Quando la censura aggrava il problema di una informazione trasparente
L’episodio ha però aperto un dibattito ben più ampio sulla censura e sulla gestione della comunicazione nel mondo della ristorazione. Da un lato, il potere crescente degli influencer come “giudici morali” della qualità alimentare; dall’altro, la difficoltà per le aziende di difendersi senza apparire opache o autoritarie. Il caso Xibei mostra anche quanto fragile sia oggi la reputazione di un brand alimentare nell’ecosistema digitale: un singolo contenuto virale può tradursi in conseguenze economiche immediate, più rapide e più gravi di qualsiasi crisi tradizionale.
Per i grandi gruppi, la sfida sarà imparare a dialogare online in modo trasparente e tempestivo, adottando linguaggi e strategie di engagement più vicine ai nuovi codici della rete. Perché nel tempo dei social, la fiducia vale più della pubblicità, e l’autenticità può diventare l’unico vero antidoto alla disinformazione.
Quando l’Italia somiglia alla Cina: trasparenza,
conflitti d’interesse e nuove regole del gioco
Il caso Xibei dialoga in modo diretto con quanto sta emergendo anche nel dibattito italiano, dove la linea che separa chi racconta e chi incassa è sempre più sfumata. Come ha mostrato l’inchiesta di Italia a Tavola sul caso Space Patty Burger, il nodo non è solo cosa si dice online, ma chi lo dice, con quali legami societari e con quale livello di trasparenza verso il pubblico.
Nel caso milanese, a far discutere è stato l’intreccio tra partecipazioni societarie, agenzie di marketing e creator che producono recensioni senza una chiara indicazione di eventuali rapporti economici o professionali. L’assenza di diciture come adv o di una disclosure esplicita, unita alla moderazione dei commenti e al blocco temporaneo delle recensioni, ha acceso i riflettori sul rischio di conflitto d’interessi comunicativo.
Mettendo in fila la “rissa digitale” cinese e il dibattito italiano, emerge una stessa lezione: nella ristorazione digitale, la reputazione non dipende più solo dalla qualità del piatto, ma dalla qualità dell’informazione che lo accompagna. Per questo diventa urgente definire standard condivisi di trasparenza per influencer, agenzie e brand del food: perché, che si tratti di una catena da centinaia di locali o di un burger shop virale, la fiducia del pubblico resta l’ingrediente più difficile da riconquistare una volta perduto.
E intanto in Italia rallenta la legge l’iter
per garantire recensioni corrette sulla rete
Ci sarebbe poi da aggiungere una considerazione finale che va oltre il rapporto influencer/pubblicità/ristoranti e riguarda il tema più generale delle recensioni online. Sono ormai noti a tutti i disastri causati da realtà come TripAdvisor (ma anche da piattaforme come Google) dove chiunque può esaltare o denigrare chiunque (con non pochi conflitti di interesse…) anche senza mai essere entrato nel locale di cui parla. Avevamo sperato che il Governo italiano fosse finalmente interessato a mettere ordine fissando che per lasciare una recensione fosse indispensabile avere una fattura o una ricevuta (che garantisce l’aver avuto un servizio), ma nonostante i tanti annunci, queste nuove norme sembrano essersi arenate. C’è chi parla di forti pressioni da parte delle big americane di Internet. Vogliamo sperare che invece si tratti solo di ritardi “tecnici” e che a breve l’Italia possa mettere una parola di ordine nel verminaio della rete. Restiamo fiduciosi in attesa...




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