Nel film "Benvenuti al Sud" (2010), diretto da Luca Miniero, il protagonista Alberto Colombo (Claudio Bisio) è un direttore d’ufficio postale della Brianza che viene trasferito per punizione a Castellabate, uno splendido borgo nel cuore del Cilento (Salerno). Carico di pregiudizi, Alberto parte con il giubbotto antiproiettile e una scorta di diffidenza. A stravolgere i suoi timori è l’accoglienza dei colleghi locali, guidati da Mattia Volpe (Alessandro Siani), e soprattutto il rito del cibo. La colazione con caffè e zampogna, la mozzarella di bufala campana freschissima e le cene condivise diventano il linguaggio universale che abbatte le barriere, condensandosi nella celebre frase: «Quando un forestiero viene al Sud piange due volte, quando arriva e quando parte». Un aneddoto di produzione svela che le espressioni di stupore degli attori davanti ai piatti tipici erano reali: il cast veniva regolarmente "adottato" a tavola dagli abitanti con eccellenze locali a chilometro zero. Il regista voleva dimostrare proprio questo: l’Italia è un Paese straordinariamente unito nella convivialità, nonostante le barriere geografiche.
Oggi, nel 2026, quella connessione gastronomica e culturale è minacciata da un nemico invisibile ma pesantissimo: l’impennata del costo dei carburanti. La distanza nella penisola non è più culturale, ma puramente economica ed energetica. Se nel film il cibo accorciava le distanze, oggi i costi logistici del trasporto su gomma - che muove l’85% delle merci agroalimentari - rischiano di isolare i piccoli produttori locali (Osa) e i ristoratori (Horeca) dei borghi storici, impedendo a quelle eccellenze di viaggiare o di essere raggiunte dai clienti. A confermare la gravità della situazione sono i freddi dati contabili dei documenti ufficiali di fornitura circolati in rete nell’agosto 2026. L’analisi di un Das (Documento di accompagnamento semplificato) relativo a un distributore situato a Castelvetere in Val Fortore (Bn) mette a nudo una struttura dei prezzi insostenibile: la benzina super registra un prezzo industriale di 1,014 €/lt gravato da 0,672 €/lt di oneri da accise, mentre il gasolio per autotrazione viaggia su una base di 1,258 €/lt appesantita da 0,532 €/lt di imposte fisse dello Stato. Valori a cui va aggiunta l’Iva al 22%, un’autentica stangata per la logistica del settore.
Quando il Comune diventa anche benzinaio
C’è un filo conduttore storico che attraversa i municipi italiani: la capacità di inventare soluzioni comunitarie quando il mercato arretra. Un tempo erano le farmacie comunali, nate per garantire i medicinali a basso costo, o i servizi funebri comunali, fino alle storiche privative municipali sui beni di prima necessità. Oggi, quella stessa attitudine si riscopre davanti a un erogatore. È il fenomeno della “benzina del sindaco”, esploso quest’estate a Valle Castellana, borgo di 800 anime sparso nel Parco nazionale del Gran Sasso (Teramo). Quando il gestore privato ha deciso di chiudere l’unica pompa del paese, l’amministrazione è intervenuta rilevando la licenza e avviando la gestione comunale diretta dell’impianto.
Accollandosi i costi vivi, il carburante viene venduto praticamente a prezzo di costo, garantendo un risparmio di 10-20 centesimi al litro (con la benzina a 1,75 €/lt e il diesel a 1,89 €/lt, contro medie nazionali e isolane che sfiorano o superano i 2 euro). L’esperimento fa scuola e disegna una mappa della resistenza nelle aree interne: da Montedinove (Ap) - pioniere marchigiano che già dal 2014 usa il carburante comunale per tutelare l’agricoltura locale - fino a Force, Petrella Tifernina, Taurano nell’Avellinese e Bocchigliero nel Cosentino. Nei weekend è scattato un singolare "turismo del pieno" che ricorda i vecchi viaggi transfrontalieri in Svizzera per risparmiare. L’obiettivo sociale è chiaro: evitare la desertificazione commerciale. Se chiude il distributore, chi vive e lavora sul territorio deve percorrere fino a 30 km solo per fare rifornimento.
I limiti economici del modello comunale
Come sempre nell’economia, però, le cose sono più sfaccettate e affascinanti. Questa differenza di prezzo non svanisce per magia: si trasferisce semplicemente dalla pompa di benzina al bilancio del comune. Nel lungo termine la scommessa si fa ancora più complessa: lo spopolamento riduce gli utenti, mentre la transizione ecologica e il ricambio dei veicoli verso l’ibrido o l’elettrico riducono i consumi di idrocarburi, aumentando la quota di costi fissi di gestione dell’impianto. Inoltre, gli attuali rincari globali risentono di dinamiche internazionali complesse, come le tensioni e i blocchi lungo lo Stretto di Hormuz, che rendono l’approvvigionamento di greggio mondiale drammaticamente scarso.
Il prezzo alto è il termometro con cui il mercato globale segnala la carenza della risorsa. Il modello del "Sindaco benzinaio" nasce in modo indipendente da queste crisi macroeconomiche per salvare un servizio di prossimità, ma pensare di estenderlo come soluzione universale su larga scala rischia di essere un’illusione contabile. Le stesse contraddizioni si notano in Sicilia: l’isola è una terra in cui si estrae petrolio (242mila tonnellate prodotte nel 2025, pari a circa il 5,8% della produzione nazionale), con milioni di euro di royalties ripartite per i comuni estrattivi come Ragusa e Gela. Eppure la benzina al self-service locale costa più che a Valle Castellana. Questo dimostra che la vera sfida per il futuro non è trasformare ogni comune in una stazione di servizio, ma pianificare l’uso coordinato delle risorse per potenziare la mobilità locale, le infrastrutture e l’efficienza energetica del territorio.



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