Contratti pirata
nel turismo:
un hotel può perdere oltre 40mila euro l’anno
Il dumping contrattuale nel turismo espone le imprese a rischi economici e normativi rilevanti. Un rapporto di Federalberghi, realizzato con Ebnt e Adapt, evidenzia come l’uso di contratti non rappresentativi possa generare recuperi contributivi, contenziosi e costi che per una struttura media possono superare i 40mila euro annui
IaT
Il dumping contrattuale rappresenta un rischio concreto e spesso sottovalutato per le imprese del turismo. È quanto emerge dal rapporto «Il dumping contrattuale nel settore turismo: quali rischi per le imprese», realizzato da Federalberghi insieme all’Ente bilaterale nazionale del turismo e ad Adapt, associazione per gli studi sul diritto del lavoro fondata dal professor Marco Biagi.
Dumping contrattuale nel turismo: cosa emerge dal nuovo rapporto
Lo studio è stato presentato a Bologna e si fonda sui dati dell’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del Cnel, integrati con un’analisi della normativa vigente e della giurisprudenza. L’attenzione è concentrata sull’utilizzo di contratti collettivi stipulati da soggetti non rappresentativi, spesso privi di una reale legittimazione sul piano sindacale e datoriale.

Secondo Giuseppe Roscioli, vicepresidente vicario di Federalberghi e presidente della Commissione sindacale dell’associazione, «lo studio chiarisce una volta per tutte quali sono i rischi che le imprese corrono affidandosi a soggetti privi di ogni legittimazione e rappresentatività». Roscioli richiama l’attenzione sulle conseguenze complessive, sottolineando come «oltre al recupero dei contributi non versati, vadano considerati il contenzioso e la perdita delle agevolazioni».
Contratto pirata? Può costare oltre 40mila euro l’anno
Secondo le risultanze della ricerca, l’applicazione di questi contratti può esporre le imprese a maggiori costi annui quantificabili in diverse decine di migliaia di euro. Le conseguenze principali riguardano il recupero dei contributi previdenziali da parte degli enti competenti e le richieste di differenze retributive avanzate dai lavoratori interessati.
Per un’impresa alberghiera di dimensioni medie, con circa 14 dipendenti, il costo diretto derivante dalla contestazione di un «contratto pirata» può superare i 40mila euro l’anno. A questo si aggiungono ulteriori effetti, legati all’impossibilità di utilizzare alcuni strumenti contrattuali previsti esclusivamente per i cosiddetti contratti leader.

La normativa, infatti, riserva istituti come contratti a termine, apprendistato e flessibilità dell’orario di lavoro ai contratti collettivi maggiormente rappresentativi. Tra questi rientra il Ccnl Turismo sottoscritto da Federalberghi, Faita e dalle organizzazioni sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, oggi applicato da oltre l’80% delle imprese e dei lavoratori del settore.
Le ricadute oltre i costi diretti
Lo studio evidenzia come le conseguenze del dumping contrattuale non si limitino al piano economico. Le imprese coinvolte possono subire anche ricadute normative e di immagine, con effetti sul contenzioso, sulla perdita di benefici contributivi e sulla credibilità nei confronti di lavoratori e istituzioni.
Una questione che riguarda anche bar e ristoranti
Il dumping contrattuale si conferma quindi un tema che coinvolge l’intero comparto turistico. In un contesto già segnato da difficoltà strutturali, come la carenza di personale e la pressione sui costi, la scelta del contratto collettivo assume un peso determinante per la stabilità delle imprese e per il corretto funzionamento del mercato del lavoro nel turismo.

Anche perché il fenomeno del dumping contrattuale riguarda anche bar e ristoranti. Nel settore della ristorazione, questa pratica penalizza soprattutto camerieri, cuochi, baristi e personale di sala, che si trovano a lavorare con contratti meno tutelanti e con retribuzioni inferiori rispetto a quanto previsto dal Ccnl Turismo - Pubblici Esercizi, applicato anche da Fipe (la Federazione italiana pubblici esercizi) che sul tema aveva lanciato anche un manuale anti-dumping. Il fenomeno del dumping contrattuale è in crescita, come dimostra sia il numero di contratti collettivi nazionali non rappresentativi che circolano nel settore dei pubblici esercizi - ben 41 in totale - sia il numero di lavoratori a cui vengono applicati questi contratti, definiti “pirata” anche dalla giurisprudenza.

Attraverso una simulazione su 10 figure professionali, mostrando in modo chiaro le differenze retributive e normative derivanti dall’uso di contratti pirata. In questo modo offre una fotografia concreta e utile sia a chi opera nel settore sia a chi ha il compito di monitorare e contrastare questo fenomeno. Si tratta di uno strumento pensato per rafforzare la collaborazione tra istituzioni e corpi intermedi, a tutela di chi lavora e di chi gestisce un’impresa rispettando le regole.


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