Le quattro categorie di piatti

Il modello classico del menu engineering divide i piatti in quattro categorie:

  • Star: piatti molto venduti e con alto margine.
  • Plow horse: vendono molto ma con margini bassi.
  • Puzzle: alto margine ma vendite basse.
  • Dog: poco venduti e poco profittevoli.

«I piatti “star” vanno protetti e valorizzati, mentre quelli con basso margine e o con poche vendite devono essere rivisti» spiega l’esperto di accoglienza e marketing della ristorazione. L’obiettivo è ottimizzare l’intero menu, non eliminare automaticamente le voci meno performanti.

Meno piatti, più identità

Uno degli errori più frequenti è proporre menu troppo ampi, con decine di piatti per categoria. «Voler accontentare tutti spesso significa perdere identità e aumentare i costi» osserva Windegger. Un’offerta troppo vasta comporta infatti magazzini più complessi, maggiore rischio di sprechi e difficoltà operative. I ristoranti più redditizi, anche stellati, puntano invece su carte ridotte e ben controllate. 

Il ruolo del personale nella vendita

Il menu non è l’unico strumento di vendita: fondamentale è anche il personale di sala. «Quando un cliente è indeciso e il cameriere risponde “sono buoni entrambi”, non sta vendendo» precisa Windegger. Il personale deve conoscere i piatti e saperli raccontare. La formazione diventa quindi un elemento chiave per aumentare lo scontrino medio e migliorare l’esperienza del cliente.

Un menu efficace funziona meglio con personale preparato e capace di vendere
Un menu efficace funziona meglio con personale preparato e capace di vendere

Grafica e psicologia del menu

Anche l’aspetto visivo del menu gioca un ruolo determinante. «Come in un giornale, anche nel menu l’occhio segue un percorso preciso» spiega Windegger. Posizionamento dei piatti, colori, font e descrizioni influenzano le scelte del cliente. Un menu ben progettato, anche senza rivedere food cost o prezzo di vendita, può aumentare le vendite fino al 10-15%.

Un processo continuo, non occasionale

Il menu engineering non è un’attività da svolgere una volta all’anno. «È un processo continuo, come il controllo di gestione» dice Windegger. Cambiano le stagioni, i costi delle materie prime e le preferenze dei clienti. Per questo è fondamentale monitorare costantemente i dati e intervenire quando necessario.

Intelligenza artificiale: utile ma non decisiva

L’intelligenza artificiale può supportare alcune analisi, ma non può sostituire il lavoro umano. «Si basa su medie di mercato e non tiene conto delle specificità del singolo ristorante», spiega Windegger. Il controllo diretto dei dati resta imprescindibile. La rilevazione quotidiana dei piatti venduti per tipologia può essere un buon “esercizio” per il ristoratore per monitorare l’andamento in tempo reale. Molto spesso sapere che un software raccoglie le informazioni in automatico, non invoglia a guardare i numeri in modo sistematico e quando lo si fa spesso è troppo tardi.

Manuel Windegger, esperto di accoglienza e marketing della ristorazione
Manuel Windegger, esperto di accoglienza e marketing della ristorazione

Il menu come promessa al cliente

Alla base di tutto c’è un cambio di prospettiva: il menu non è solo un elenco di prezzi. «È una promessa che fai al cliente» conclude Windegger. Una promessa che deve essere coerente, ma soprattutto sostenibile e redditizia.