Piramide Usa capovolta: il modello americano
è così lontano dalla dieta mediterranea?
Le nuove Linee guida alimentari Usa puntano a ridurre ultra-processati, valorizzare proteine e grassi naturali e limitare carboidrati raffinati. La piramide rovesciata comunica un cambiamento ma divide gli esperti. Marino vede un primo passo verso il modello mediterraneo, Calabrese critica la carne e i grassi saturi, Rossi sottolinea il ruolo del cibo “vero” e del microbiota
Una piramide rovesciata, lo slogan “mangia cibo vero” e un Paese che sta male. Le nuove Linee guida alimentari Usa nascono in un contesto di obesità diffusa e malattie croniche legate alla dieta. Il documento promette una svolta: meno ultra-processati, più proteine, grassi rivalutati e carboidrati ridimensionati. Ma la lettura divide gli esperti. Per la nutrizionista Francesca Marino è un primo passo, ancora imperfetto, verso il modello mediterraneo. Per il prof. Giorgio Calabrese - , medico nutrizionista e presidente del CNSA (Comitato Nazionale per la Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute), - emergono invece criticità scientifiche, soprattutto sull’enfasi attribuita a carne e grassi saturi. Sullo sfondo restano nodi cruciali: accesso al cibo sano, educazione alimentare e prevenzione. Il porf. Pierluigi Rossi - , docente all'Università di Bologna e specialista in Scienza della Alimentazione - evidenzia come le linee guida sottolineino correttamente il concetto di “cibo vero” e l’impatto negativo degli alimenti ultra-processati sul microbiota e sulla salute complessiva.
Una nuova piramide per un’America che mangia male (e si ammala)
«Mangia cibo vero». Più che uno slogan, una presa di posizione. Con queste parole l’amministrazione Trump ha presentato le nuove Linee guida alimentari statunitensi, valide fino al 2030, destinate a orientare non solo le scelte individuali ma anche quelle di scuole, ospedali, carceri, basi militari e programmi di assistenza federale. Alla base del documento c’è una constatazione che non lascia spazio a interpretazioni: la salute degli americani è in crisi. Secondo i dati del Dipartimento della Salute, oltre il 70% degli adulti è in sovrappeso o obeso, quasi un adolescente su tre presenta condizioni di prediabete e circa il 90% della spesa sanitaria è assorbita dalla gestione delle malattie croniche, in larga parte correlate all’alimentazione e allo stile di vita.

«Queste linee guida ci riportano alle origini», ha dichiarato il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., indicando come obiettivo prioritario la riduzione drastica degli alimenti ultra-processati e il ritorno a cibi più semplici e riconoscibili.
Un’emergenza riconosciuta, ma non una lettura unica
Sul carattere emergenziale della situazione il consenso è ampio. Marino, rientrata di recente dagli Stati Uniti, descrive un sistema alimentare sotto pressione: «Negli Stati Uniti mi sono resa conto dell’esistenza di un problema sostanziale nella gestione dell’alimentazione quotidiana. A mio avviso si tratta di una vera emergenza.» Anche Calabrese parte dalla stessa constatazione, ma individua nelle abitudini consolidate il nodo centrale: un’alimentazione ipercalorica, ricca di proteine e grassi saturi, accompagnata da un consumo continuo e disordinato di cibo. Un modello che, secondo Calabrese, ha inciso negativamente anche sugli indicatori di longevità, facendo scivolare gli Stati Uniti nelle classifiche internazionali. Rossi evidenzia come la soluzione non sia solo limitare i cibi industriali, ma insegnare a riconoscere e consumare alimenti vivi, nutrienti, con equilibrio tra carboidrati, proteine e grassi di qualità, per supportare il microbiota e prevenire malattie croniche.

La piramide rovesciata: segnale o sostanza?
L’elemento visivamente più forte delle nuove linee guida è la piramide alimentare rovesciata. Una scelta che rompe con l’immaginario tradizionale ma che, nei contenuti, mantiene una struttura simile a quella già nota: alla base i cibi da consumare quotidianamente, al vertice quelli da limitare. Frutta e verdura restano centrali, ma accanto a esse trovano maggiore spazio le proteine, sia animali sia vegetali. I cereali, invece, scendono di livello e vengono associati a un consumo più moderato. Per Marino, il ribaltamento è soprattutto comunicativo: «È una piramide d’impatto, quasi un pugno nell’occhio, pensata per segnalare una discontinuità con il passato più che un cambio radicale di contenuti.» A suo giudizio, il modello americano non si allontana in modo sostanziale da quello mediterraneo.

Calabrese, parlando a La Stampa, invita alla cautela: la forma, a suo avviso, non è neutra. La centralità attribuita alle proteine, e in particolare alla carne rossa, rischia di rafforzare un’impostazione già problematica, soprattutto in una popolazione che consuma questi alimenti in eccesso. Rossi sottolinea: «La natura offre il cibo, l’industria offre prodotti alimentari. Oggi mangiamo più prodotti alimentari che cibo vero. Nei prodotti alimentari sono presenti additivi chimici e si tratta principalmente di alimenti ultra-processati, che possono creare problemi all’intestino, al microbiota e all’intero organismo».
Proteine, il nodo più controverso
Uno dei punti più discussi delle nuove Linee guida statunitensi riguarda le proteine. Il documento invita a «porre fine alla guerra alle proteine,» suggerendo un apporto giornaliero superiore rispetto alle raccomandazioni europee e promuovendo «fonti proteiche di qualità sia animali sia vegetali in ogni pasto.»
Marino commenta: «Non si tratta di una rottura con la tradizione mediterranea. L’obiettivo è bilanciare i macronutrienti, privilegiare alimenti poco trasformati e mantenere varietà e qualità delle proteine.» Calabrese offre una lettura diversa: «Il problema non è mangiare proteine, ma come e quanto se ne consuma. Negli Stati Uniti già si eccede, soprattutto con carne rossa e lavorata.» Rossi aggiunge: «Le linee guida nutrizionali Eat Real Food indicano un apporto proteico equilibrato, con circa l’80% di proteine vegetali e il 20% da fonti animali magre. Ogni pasto dovrebbe fornire almeno 20 grammi di proteine effettive per sostenere la sintesi proteica e la salute generale. Il problema non è la presenza delle proteine, ma la qualità e la proporzione tra fonti vegetali e animali. Le proteine vegetali, legumi, semi e cereali integrali, aiutano anche a mantenere un microbiota sano e a prevenire malattie croniche.»
Ultra-processati, il punto di contatto
Tra tutti i punti delle nuove Linee guida, il rifiuto degli alimenti ultra-processati è forse l’unico vero terreno di convergenza tra esperti. Zuccheri aggiunti, snack industriali e cibi pronti, secondo il documento, non fanno parte di una dieta sana e il loro consumo va evitato. Rossi sottolinea: «Oggi nei nostri intestini e nel nostro organismo c’è troppo “supermercato”. Limitare gli ultra-processati significa riportare il cibo al centro della nostra attenzione, ridurre additivi chimici e sostanze dannose per il microbiota.» Calabrese evidenzia che, pur condividendo l’indicazione generale, il documento non sempre fornisce strumenti pratici per sostituire questi cibi nella vita reale degli americani, soprattutto dove frutta e verdura fresca non sono facilmente disponibili.
Il confronto con la dieta mediterranea
Nel confronto con le nuove Linee guida statunitensi, la dieta mediterranea resta un riferimento costante, anche se mai esplicitamente citato. Marino sottolinea: «Le differenze con la nuova piramide americana sono meno nette di quanto appaia a una prima lettura: ridurre cereali raffinati, privilegiare alimenti poco trasformati e bilanciare macronutrienti ricalca principi mediterranei.»

La dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO, è un sistema alimentare che intreccia qualità delle materie prime, stagionalità, biodiversità e dimensione sociale del pasto. Al centro vi sono frutta e verdura di stagione, cereali integrali, legumi, olio extravergine d’oliva, pesce, con un consumo moderato di latticini e carne, soprattutto quella rossa. Questo modello è associato a una riduzione del rischio cardiovascolare, metabolico e infiammatorio e benefici sulla longevità.

Calabrese evidenzia che la dieta mediterranea si fonda su un equilibrio preciso, che limita carne e grassi saturi e valorizza i legumi come fonte proteica, equilibrio che non emerge con sufficiente chiarezza nella piramide americana. Rossi aggiunge: «L’educazione alimentare è cruciale. Non basta indicare cosa mangiare: occorre insegnare a riconoscere alimenti vivi e nutrienti, scegliere proteine di qualità e ridurre carboidrati raffinati e grassi saturi.»
Educazione alimentare: il fattore che decide il futuro
Al di là della forma della piramide e delle indicazioni sui macronutrienti, il vero banco di prova resta l’accesso reale al cibo sano. Negli Stati Uniti, la possibilità di seguire una dieta equilibrata non è distribuita in modo uniforme e dipende da fattori geografici, economici e sociali. Come osserva Marino, frutta, verdura fresca e alimenti poco trasformati non sono sempre facilmente reperibili, soprattutto in alcune aree urbane periferiche e nelle zone rurali. A questo si aggiunge il costo: anche in città come New York, mangiare bene a un prezzo accessibile non è affatto scontato. Il risultato è una selezione economica che incide direttamente sulla salute, favorendo il consumo di prodotti ultra-processati più economici e facilmente disponibili. In questo contesto, le linee guida rischiano di restare un’indicazione teorica senza politiche strutturali sulla distribuzione e sul prezzo degli alimenti. Il modello italiano mostra una differenza sostanziale: la presenza diffusa di mercati locali, filiere corte e produzioni territoriali rende più semplice l’accesso a cibo fresco, riducendo la distanza tra produttore e consumatore.

Ma l’accesso, da solo, non basta. L’educazione alimentare emerge come l’altro grande fattore decisivo. Marino sottolinea che anche in Italia, nonostante un modello riconosciuto a livello internazionale, persistono criticità importanti come l’obesità infantile in alcune aree del Paese. Per questo, l’attenzione si sposta sulla scuola e sulla formazione degli insegnanti. Trasmettere competenze nutrizionali di base significa incidere sulle scelte future, non solo individuali ma collettive. Secondo Marino, il cambiamento passa da qui: educare al cibo come strumento di prevenzione, salute e consapevolezza, prima ancora che come prescrizione nutrizionale. Anche Calabrese richiama l’importanza della prevenzione, ma evidenzia una lacuna nelle nuove linee guida: l’assenza di un riferimento strutturato all’attività fisica, parte integrante di qualsiasi strategia di salute pubblica. Rossi conclude: «Il cibo è la prima medicina. La combinazione di una dieta a base di alimenti vivi e poco processati con la prevenzione e l’educazione alimentare costituisce il vero strumento per ridurre malattie croniche e promuovere longevità.»


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