mercoledì 14 gennaio 2026

La Coldana abbandona la Michelin e lo chef Proietti

 

La Coldana abbandona la Michelin e si separa dallo chef Proietti Refrigeri

Un ennesimo ristorante rinuncia alla stella e apre ancora una volta il dibattito sull’utilità, o meno, della guida. Basta fine dining. Quando la “Rossa” smette di aiutare i ristoranti a lavorare. E chi non ce l’ha più, oggi lavora di più...



La Coldana abbandona la [Michelin] e si separa dallo chef Proietti Refrigeri

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MichelinNobastagrazie. È questa la decisione maturata da La Coldana, ristorante immerso nelle campagne lodigiane, che ha scelto (consapevolmente) di uscire dal perimetro di un modello di ristorazione che, negli ultimi anni, ha dimostrato tutti i suoi limiti (una decisione che, però, segnaliamo, ha portato anche alla separazione dallo chef Alessandro Proietti Refrigeriil quale ha scelto di proseguire il proprio percorso professionale nel fine dining).

Lo chef Alessandro Proietti Refrigeri
Lo chef Alessandro Proietti Refrigeri

Una scelta che nasce da lontano

La scelta, infatti, non nasce da un rifiuto ideologico né da una provocazione studiata a tavolino. Al contrario, è il punto di arrivo di una riflessione lunga, stratificata, che riguarda il senso stesso dell’alta cucina oggiil suo rapporto con il territorio e, soprattutto, con chi quel territorio lo vive ogni giorno. «Un modello che non ci rispecchia più» hanno spiegato a Italia a Tavola i titolari Alessandro Ferrandi Fabrizio Ferrari, sottolineando come negli ultimi tempi si fosse persa anche una certa leggerezza nel rapporto con gli ospiti.

Alessandro Ferrandi e Fabrizio Ferrari
Alessandro Ferrandi e Fabrizio Ferrari

«Volevamo uscire dallo schema e dalle linee guida della Michelintornare a quello che ci rendeva feliciavevamo la sensazione che le persone entrassero più intimoriteche si fosse smarrita quell’aria di convivialità che per noi è sempre stata centrale». Ed è una presa di posizione che va letta senza forzatureperché racconta una distanza diventata ormai strutturale fra certe logiche del fine dining e la quotidianità reale di molti ristoranti: il problema non è la stella in sé, ma il fatto che oggi finisca spesso per funzionare come un moltiplicatore di costi più che di valore, per il ristorante lodigiano come per tanti altri.

Vale la pena ricordarlo, per chiarezza: la Michelin assegna le stelle senza possibilità di rifiuto. La scelta, semmai, è a monte o a valle: decidere se continuare a inseguire quegli standard oppure cambiare strada, accettando di uscire da quel perimetro

L’eredità (attualissima) di Marchesi

È proprio a partire da questa distanza che la decisione de La Coldana si inserisce in una linea di pensiero che non è affatto nuovaGià anni fa, il "papà" della cucina italiana, Gualtiero Marchesiaveva messo in guardia dal rischio di un fine dining sempre più autoreferenziale, chiuso in sé stesso, più preoccupato di dimostrare concetti che di nutrire persone. Una visione che oggi appare quasi profetica, se si osserva lo stato di salute di una parte consistente della ristorazione gastronomica nel nostro Paese (ma non solo).

Il papà della cucina italiana, Gualtiero Marchesi
Il papà della cucina italiana, Gualtiero Marchesi

Quell’autoreferenzialità, però, non riguarda soltanto il linguaggio della cucina o la costruzione dei piattima investe anche il sistema che ruota attorno al fine dining e le aspettative che genera. La scelta de La Coldana e la conseguente separazione dello chef ne sono una rappresentazione piuttosto chiara. Da un lato c’è un ristorante che non riconosce più nella Michelin un modello capace di dialogare con il proprio territorio e con una sostenibilità realedall’altro c’è un cuoco che continua a vedere nel macaron un riconoscimento personaledecidendo di proseguire altrove il proprio percorso per ambizioni professionali.

Due visioni legittimema ormai sempre più difficili da tenere insieme all’interno dello stesso progettoE forse è proprio qui che il fine dining è chiamato a fare una scelta: o lo chef diventa anche imprenditore, trasformandosi in chef-patron, come già accade in molti casi, oppure entra in strutture più solide - grandi gruppi o investitori - disposte a sostenere i costi e a mettere davvero lo chef al centro. Continuare a inseguire la stella all’interno di modelli fragili, oggi, rischia di essere l’espressione più evidente di quella autoreferenzialità che Marchesi, appunto, aveva già individuato anni fa.

Un problema che non riguarda solo La Coldana

Accanto alle riflessioni di Marchesi, però, ci sono anche casi molto più recenti che vanno nella stessa direzioneNel 2024 una scelta analoga è arrivata da Il Giglio di Lucca, quando Benedetto Rullo, Lorenzo Stefanini e Stefano Terigi decisero di rinunciare alla stella per «ritrovare quella voglia di divertirsi». Un passaggio chiaveperché mette a nudo un aspetto spesso sottovalutatola stella Michelin, per storia, è sì un riconoscimento di livello (ed è innegabile), ma comporta anche un insieme di aspettativevincoli e pressioni che finiscono per influenzare menuatmosfera e persino il modo di stare in sala. E non sempre, col tempo, tutto questo coincide con l’identità di un locale.

Il nodo vero: la sostenibilità economica

Sullo sfondo, intanto, restano le perplessità che da anni accompagnano la MichelinDubbi sui criteri di valutazionesulle dinamiche che entrano in gioco quando si parla di sponsorinteressi economici ed equilibri nazionali. È difficile immaginare un sistema completamente oggettivo, soprattutto quando la ristorazione è ormai diventata anche spettacolo, comunicazione, marketing. Ma al di là delle critiche - legittime - il punto centrale, nel caso de La Coldana, è un altro.

Dominique Antognoni, fondatore della rivista di alta cucina Good Life
Dominique Antognoni, fondatore della rivista di alta cucina Good Life

Ed è un punto che ha un nome precisosostenibilità economica. Infatti, come ha spiegato senza troppi giri di parole Dominique Antognoni, fondatore della rivista di alta cucina Good Lifedietro la decisione del ristorante lodigiano c’è soprattutto una questione di numeri: «350mila euro di perdite l’anno», ha detto, offrendo poi un ritratto molto concreto del contesto. «I cittadini di Lodi sono brava gente, ma del luppolo in salamoia e del cervo sferificato non ne vogliono sentire. È gente concreta, che ama mangiare e non filosofeggiare. Al ristorante si mangia, all’università si studia filosofia. Confondere le due situazioni è poco furbo». Parole che possono sembrare brutali, ma che centrano il problema. Perché, quando un ristorante smette di parlare alle persone che lo circondanoil rischio è quello di ritrovarsi con la sala piena solo a intermittenzaArrivano gli appassionati, i curiosi, quelli che vogliono “fare l’esperienza”. Vengono una voltamagari duePoi bastaIntantoperòsi perde la clientela storica, quella fidelizzata, quella che tornava con regolarità e che garantiva continuità.

Il ristorante La Coldana e i proprietari

La Coldana nasce all’interno della storica Cascina Coldana, un cascinale del Settecento ai margini della foresta di pianura, immerso nella campagna a pochi minuti dal centro di Lodi. Un luogo che conserva un’anima agricola forte e riconoscibile, reinterpretata nel tempo come spazio di ospitalità contemporanea, capace di tenere insieme ristorante, enoteca con cucina ed eventi all’interno di un progetto unitario e coerente. A dare forma a questo progetto sono Alessandro Ferrandi (classe 1986) e Fabrizio Ferrari (classe 1985), amici prima ancora che soci, che rilevano La Coldana poco più che venticinquenni, spinti da una passione condivisa per il vino, il cibo e l’ospitalità. Fin dall’inizio scelgono di essere osti, prima che imprenditori: presenze costanti e riconoscibili, capaci di creare relazione con gli ospiti e con la squadra, tenendo insieme cucina, sala, cantina ed eventi come parti di un unico organismo. Nel tempo hanno costruito un modello fondato sulla fiducia, sulla continuità e su un’idea di accoglienza profondamente umana.

Ed è qui che il discorso si allargaNon esiste, semplicemente, un numero sufficiente di clienti in grado di sostenere stabilmente una ristorazione basata esclusivamente sulla cucina creativaNon esisteLa clientela davvero alto spendente, come ribadito dallo stesso Antognoni, tende infatti ad andare direttamente nei grandi tristellati, convinta che lì si concentri il massimo del valore simbolico. Tutto il resto rimane schiacciato in mezzoin una zona grigia dove i costi salgonoma i coperti non bastanoLe persone “normali”, d’altronde, vogliono mangiare bene, riconoscere i sapori, sentirsi a proprio agio. Non cercano cibo “torturato”, né piatti che hanno bisogno di dieci minuti di spiegazione per essere compresi.

Mozzarella di Bufala Campana

Una pioggia di stelle tolte

In tutto questola Michelin continua a muoversi dentro un sistema che appare sempre più scollegato dalla realtà di molti territoriDa anni sembra privilegiare una visione dell’alta cucina che guarda soprattutto a sé stessaalla Francia (non per malafede, ma per dna), più che offrire una lettura davvero utile e contemporanea della ristorazione italiana. Eppure, parliamo di una cucina che è stata da poco riconosciuta patrimonio dell’Unesco, con tutte le sue ricchezze, ma anche (e va detto) con i suoi limiti, che non andrebbero nascosti bensì affrontati.

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