Birre con uva
o mosto d’uva:
il ministero chiarisce
le regole sull’etichetta
Per anni i birrifici artigianali si sono mossi in un terreno incerto fra contestazioni, sequestri e interpretazioni divergenti della normativa. Ora il ministero mette ordine, fissando un principio di trasparenza verso il consumatore. Protagoniste le cosiddette Italian Grape Ale, le birre prodotte con uva o mosto d’uva, uno degli stili più originali (e moderni) della scena brassicola italiana
Per anni è rimasta una zona grigia normativa che ha creato non pochi problemi ai birrifici artigianali. Ora, però, è arrivato il chiarimento ufficiale: le birre prodotte con uva o mosto d’uva - le cosiddette Italian Grape Ale - possono essere commercializzate come birra, a patto che la presenza dell’ingrediente sia indicata chiaramente nella denominazione di vendita in etichetta. In altre parole, se nel processo produttivo entra l’uva, il consumatore deve poterlo leggere nero su bianco: “birra all’uva” oppure “birra con mosto d’uva”. A chiarirlo, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, che ha risposto a un interpello interpretativo presentato da Unionbirrai, l’associazione che rappresenta i piccoli birrifici artigianali indipendenti italiani.
Anni di incertezza tra controlli e contestazioni
Una richiesta tutt’altro che teorica. Negli ultimi anni, come accennato, il tema aveva infatti generato diverse frizioni tra produttori e controlli, con alcuni birrifici artigianali finiti al centro di contestazioni, sequestri e sanzioni amministrative proprio per l’utilizzo di ingredienti provenienti dal comparto vitivinicolo. Una situazione di incertezza interpretativa che sostanzialmente lasciava i produttori in una zona grigia. Da qui la decisione di Unionbirrai di chiedere un pronunciamento ufficiale, così da avere un riferimento chiaro e valido su tutto il territorio nazionale.
Cosa dice la legge sulla birra
Il parere dell’Icqrf richiama l’articolo 2, comma 4, della legge n. 1354 del 1962 sulla birra, una norma che continua a essere il riferimento giuridico principale per definire cosa può essere chiamato “birra” e come deve essere presentato il prodotto al pubblico. Il principio è semplice: quando alla birra vengono aggiunti ingredienti alimentari che caratterizzano il prodotto, la denominazione di vendita deve essere completata con il nome della sostanza utilizzata. Da qui la necessità di esplicitare in etichetta la presenza dell’uva o del mosto d’uva. Dunque non si tratta di cambiare categoria al prodotto, né di inventare nuove definizioni. Piuttosto, si tratta di garantire trasparenza verso chi compra, lasciando al tempo stesso spazio alla creatività brassicola.
L’incontro tra birra e uva: le Italian Grape Ale
E in effetti, se si guarda alla scena della birra artigianale italiana degli ultimi anni, l’incontro tra birra e uva è uno dei filoni più interessanti. Da questo dialogo tra due mondi produttivi - quello brassicolo e quello vitivinicolo - sono nate le Italian Grape Ale, uno stile che ha trovato proprio in Italia la sua culla e che nel tempo si è fatto conoscere anche oltre confine. Il meccanismo è affascinante perché unisce due tradizioni agricole diverse. Da una parte il malto e il luppolo, dall’altra l’uva e il mosto, con risultati che cambiano molto a seconda del vitigno utilizzato, del momento in cui l’uva entra nel processo produttivo e della mano del birraio. Alcune versioni puntano sulla freschezza aromatica dell’uva, altre cercano una maggiore struttura, altre ancora lavorano sul dialogo tra fermentazioni.
Proprio per questo, negli anni, le Italian Grape Ale sono diventate una delle espressioni più riconoscibili della scena brassicola nazionale. Un territorio di sperimentazione che racconta bene la capacità dei birrifici artigianali italiani di dialogare con la cultura del vino, che nel nostro Paese resta il riferimento agricolo e culturale dominante. Ed è anche per questo che il chiarimento normativo era atteso. Come detto, non cambia la sostanza di ciò che già avviene nei birrifici, ma mette finalmente ordine sul piano formale e amministrativo. Per chi produce significa lavorare con maggiore serenità; per chi beve significa trovare in etichetta informazioni più chiare su ciò che c’è nel bicchiere.


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