mercoledì 25 dicembre 2019

Alzhaimer: rivoluzione dietro l’angolo


Alzhaimer:

rivoluzione

dietro l’angolo




Tutta italiana, della Fondazione Montalcini, la ricerca che ha scoperto la molecola blocca malattia: lo studio sui topi ha dimostrato che «ringiovanisce» il cervello, stimolando la nascita di nuovi neuroni.
Ma gli scienziati avvertono: per la traslazione sull’uomo serviranno ancora anni.

L’anticorpo A13 “ringiovanisce” il cervello bloccando l’Alzheimer nella sua fase precoce. È questo
il “potere” della molecola scoperta dai ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research
Institute) “Rita Levi-Montalcini”. La molecola è in grado di fermare la patologia neurodegerenativa
favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastando così i difetti che accompagnano le fasi precoci
dell’Alzheimer. Lo studio, italiano, è stato effettuato su topi che, così trattati, hanno ripreso a
produrre neuroni ad un livello quasi normale. Una strategia, secondo i ricercatori, che apre nuove
possibilità di diagnosi e cura. Lo studio, coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e
Raffaella Scardigli, presso la Fondazione “Montalcini”, in collaborazione con il Consiglio nazionale
delle ricerche (Cnr), la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di
Roma Tre, è stato pubblicato sulla rivista “Cell Death and Differentiation”.
 “L’importanza di questa ricerca è duplice: da un lato – spiegano Scardigli e Meli – dimostriamo che la diminuzione di neurogenesi anticipa i segni patologici tipici dell’Alzheimer, e potrebbe quindi contribuire ad individuare tempestivamente l’insorgenza della malattia in una fase molto precoce; dall’altro,
Rita Levi Montalcini
abbiamo anche osservato in vivo, nel cervello del topo, l’efficacia del nostro anticorpo nel
neutralizzare gli A-beta oligomeri proprio all’interno dei neuroni”. Per la prima volta, infatti, sono
stati intercettati e neutralizzati sul nascere i singoli “mattoncini tossici” che formeranno le placche
extracellulari di A-beta (l’attuale bersaglio terapeutico della malattia di Alzheimer), prima che questi provochino un danno neuronale irreversibile. Questa ricerca pone dunque le basi per lo sviluppo di nuove strategie utili per la diagnosi e la terapia di questa malattia neurodegenerativa.
“Riuscire a monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta offrirà in futuro un potenziale
strumento diagnostico per segnalare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto
precoce, cioè quando la malattia è clinicamente pre-sintomatica. Inoltre – conclude Cattaneo -
l’utilizzo terapeutico dell’anticorpo A13 permetterà di neutralizzare gli A-beta oligomeri dentro i
neuroni, laddove si formano per la prima volta, colpendo così l’evento più precoce possibile
nell’evoluzione della patologia”. “I ricercatori dell’EBRI hanno scoperto che la nascita di nuovi
neuroni nel cervello adulto (neurogenesi, ndr) si riduce in una fase molto precoce della malattia di
Alzheimer. Uno dei motivi – spiega il prof. Paolo Maria Rossini, capodipartimento di Neuroscienze
San Raffaele Roma – sarebbe determinato dall’accumulo nelle cellule staminali del cervello di
aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati A-beta oligomeri, che precedono
di molti anni (nell’uomo) la formazione di fibrille di questa sostanza e l’accumulo nelle tipiche
placche che caratterizzano l’Alzheimer”. Il team dell’EBRI “è riuscito a neutralizzare gli A-beta
oligomeri nel cervello di un modello animale (topo malato di una forma che assomiglia
all’Alzheimer dell’uomo) introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del
cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni – continua Rossini - recuperando così dell’80% i
difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale”. “Lo studio è molto interessante per il
tipo di approccio. L’eventuale traslazione sull’uomo, tuttavia, necessiterà di tempi lunghi, almeno

una decina di anni – afferma l’esperto di malattie neurodegenerative e Alzheimer – sia per costruire
dei trials clinici che per mettere a punto metodiche d’individuazione di soggetti a rischio elevati
identificati anni prima dell’esordio dei sintomi. Gli oligomeri, infatti sono attivi anche 10-15 anni
prima che si formino le placche”.
Panorama Edit

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