giovedì 26 dicembre 2019

Sei sedentario? Forse è colpa di un gene!

Sei sedentario?
Forse è colpa 
di un gene!

Un team di ricercatori dell’Università del Missouri ha individuato nei topi una chiave genetica legata all’inattività fisica che potrebbe trovare riscontro anche nell’uomo.

La sedentarietà che spesso porta a sviluppare malattie croniche potrebbe non essere semplicemente
una brutta abitudine. A dirlo è uno studio durato ben dieci anni dell’Università del Missouri
coordinato dal professor Frank Booth. I ricercatori hanno infatti analizzato 160 roditori riuscendo a
identificare una caretteristica genetica comune nei più pigri. “Ricerche precedenti hanno mostrato
che i geni svolgono un ruolo nell’inattività fisica e – rileva Booth – poiché la sedentarietà porta a
malattie croniche, volevamo identificare quali geni fossero coinvolti. Ne abbiamo scoperto uno in
particolare, il gene Alfa inibitore della protein-chinasi, che svolge un ruolo significativo”.

La ricerca, durata dieci anni, ha preso in esame 80 topi maschi allevati con altrettante femmine. I
roditori sono stati posizionati su ruote da corsa volontarie, simili a quelle vendute nei negozi di
animali, per esaminare quali corressero di più e quali di meno. Dopo aver ottenuto un sufficiente
livello di selezione tra topi attivi e topi “pigri”, il ricercatore ha controllato eventuali differenze
nella loro composizione genetica e ha scoperto che il gene Alpha inibitore della protein chinasi era
molto meno presente nei ratti pigri.
“Ciò che rende difficile la terapia genica – spiega lo studioso –  è che la maggior parte delle malattie croniche non sono causate da un solo gene. Ad esempio, ci sono più di 150 variazioni genetiche coinvolte nel diabete di tipo 2. Tuttavia, questa ricerca apre la strada a quella futura per identificare altri geni che potrebbero essere coinvolti nell’inattività fisicaanche nell’uomo”.
 La chiave in cui agire, conclude Booth, è la prevenzione: “L’inattività fisica
contribuisce a oltre 40 malattie croniche e invece di concentrarsi sui modi per curarle dopo che si
sono già sviluppate, comprendere i fattori che contribuiscono all’inattività fisica potrebbe aiutare a
prevenirle”. Non si tratta dunque solo una questione di pigrizia o di scarsa forza di volontà: l’amore
per il movimento e l’eserci zio fisico potrebbe essere un’eredità dei nostri genitori ed essere legata a
dettagli molecolari e genetici. Secondo uno studio di Rodney Dishman, professore di kinesiologia
all’Università della Georgia: “Il piacere e la soddisfazione che si provano dopo l’esercizio fisico
dipendono almeno in parte dall’aumento dei livelli di dopamina nell’organismo”. Dishman assieme
ai colleghi ha coinvolto nello studio circa 3.000 adulti nei quali è stata valutata proprio l’attività
della dopamina. E a conti fatti, dalla ricerca emerge che a causa dell’attività di geni coinvolti nel
rilascio e nell’azione della dopamina non tutte le persone traggono lo stesso piacere dal movimento.
“Si tratta di variazioni nei geni per i recettori della dopamina e di altri geni che servono a
trasmettere in modo corretto le informazioni a livello del sistema nervoso” spiega Dishman, che poi
aggiunge: “Le caratteristiche genetiche, unite ad alcuni aspetti della personalità potrebbero spiegare
perché alcuni hanno la necessità di essere attivi e altri invece preferiscono rimanere seduti sul
divano”.
 Una genetica “anti-movimento” condanna quindi alla sedentarietà? “Assolutamente no”,
afferma perentoria Dori Arad, del Mount Sinai St Luke’s hospital di New York. “La genetica è
senza dubbio importante ma nulla è immutabile” continua, ricordando che è possibile
“riprogrammare” il proprio cervello e rendere il movimento un’attività piacevole e soddisfacente.
Qualche suggerimento per aiutare anche i più pigri (geneticamente o non) raggiungere questo
traguardo: scegliere un’attività che piace davvero e svolgerla in piacevole compagnia. “Se l’attività
fisica è vista come un dovere o un obbligo, non c’è modo di portarla avanti a lungo” concludono gli
esperti. Infine, da un recente studio condotto dai ricercatori dell’Università di Trondheim è emerso
che chi conduce una vita sedentaria per vent’anni ha un rischio di morte prematura doppio rispetto a
chi resta fisicamente attivo nello stesso arco di tempo. Per giungere a questa conclusione, gli esperti
hanno monitorato per più di 20 anni la sedentarietà degli abitanti della Norvegia di età superiore ai
20 anni. “Si può anche ridurre il rischio di morte divenendo attivi fisicamente, anche con un passato
di sedentarietà”, conclude Trine Moholdt, coordinatrice della ricerca.
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