venerdì 16 maggio 2025

Moser: Roglic? È come un Barolo»

 


Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

Bici più vino: il risultato conduce a Francesco Moser, vincitore del Giro d'Italia 1984 e autore anche del Record dell'Ora, impresa che ha dato il nome ad uno dei vini della cantina, oggi gestita dal figlio Carlo e dal nipote Matteo. Il campione, associa 10 vini ad altrettanti protagonisti del Giro, mentre gli eredi raccontano l'evoluzione dell'azienda che non prevede no e low alcol

di Mauro Taino
Redattore


IGiro d'Italia si avvia a chiudere la prima settimana di gara dopo essere approdato nello Stivale, a seguito del prologo in Albania lungo tre tappe. E in attesa che la Corsa Rosa si arrampichi fin sulle Alpi, è Francesco Moser, che la competizione - tra i suoi tanti successi - l'ha vinta nel 1984 che svela a Italia a Tavola i segreti dell'edizione 2025 attraverso metafore vinicole, riuscite particolarmente bene perché la bici e la vigna sono da sempre presenti nella sua vita. Basti pensare che uno degli spumanti di punta della cantina che oggi è gestita dal figlio Carlo e dal nipote Matteo è il “51,151” dedicato ad un'altra grande impresa in sella: il Record dell'Ora ottenuto da Francesco a Città del Messico sempre in quel magico 1984.

Francesco Moser, una vita tra bici e vigna

Che tipo di Giro prevede quest'anno?
Un giro molto più imprevedibile rispetto allo scorso anno quando Tadej Pogacar ha monopolizzato la corsa. Quest'anno il favorito è Primoz Roglic, ma sarà un giro molto aperto.

E per gli italiani? Chi vede meglio nella Corsa Rosa?
Non abbiamo un atleta che punti alla vittoria generale, ma Giulio Ciccone potrà togliersi delle belle soddisfazioni puntando alle singole tappe.

Vede più in crisi il mondo del vino o il ciclismo italiano?
Il ciclismo italiano sta attraversando un momento faticoso, ma Ciccone e Ganna hanno dimostrato di esserci nelle classiche e non dimentichiamoci di Milan, uno dei migliori velocisti al mondo in questo momento. Sicuramente ci mancano atleti veramente competitivi nei grandi giri. I problemi nel ciclismo come nel settore vino riguardano problemi strutturali e mancanza di investimenti per il lungo termine. 

Vino e Maglia Rosa hanno bisogno di tempo e duro lavoro per arrivare: quale dà più soddisfazione?
Ho partecipato a 14 Giri d'Italia e dopo 2 terzi posti e 3 secondi posti ho ottenuto la vittoria a 33 anni. Sono uno degli atleti con più giorni in rosa: 43. Quindi per me sicuramente le fatiche più grandi sono state sulla bicicletta e le soddisfazioni che ho ricevuto da questo sport sono qualcosa di irraggiungibile.

Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

Francesco Moser tra le vigne dell'azienda

Vino e ciclismo si intrecciano nella sua vita: quale passione è arrivata prima?
A 14 anni ho finito la scuola ed ho cominciato a lavorare in campagna. Eravamo una famiglia molto povera e la viticoltura era un'agricoltura che prometteva di remunerare meglio rispetto a tutto il resto e quindi ho scelto di farne il mio lavoro. A 18 anni ho cominciato a correre per gioco, spinto da mio fratello che era professionista da molti anni. Ho vinto alla seconda corsa e ho subito capito che nello sport potevo ottenere qualcosa di importante. Ma appena ho smesso sono tornato alle mie origini.

Diversi sportivi - anche di altre discipline - hanno tentato di farsi strada nel mondo del vino: è sufficiente la popolarità o sono necessarie anche passione, conoscenze e competenze? E a cosa bisogna stare attenti?
Il mondo del vino è affascinante, ma richiede un orizzonte molto lungo per affermarsi. Sicuramente il mio sport mi ha abituato che nulla si ottiene senza fatica e perseveranza. Come nel ciclismo è necessario un leader forte, ma è fondamentale avere anche un'ottima squadra. La nostra famiglia lavora sempre unita per raggiugere il successo.

Francesco Moser, 10 vini per 10 protagonisti del Giro d'Italia

Come Francesco Moser ha abituato a grandi imprese in sella tutti gli appassionati di ciclismo, oggi prova a raccontare questo Giro d'Italia, che nella 17ª tappa passerà vicino alla sede della cantina Moser Trento, raccontando le caratteristiche di favoriti e italiani attraverso quelle dei vini.

A che vino paragonerebbe il favorito Roglic?
Longevo come un Barolo, invecchiando migliora.

Juan Ayuso?
Frizzante come un Cava, un attaccante nato.

Adam Yates?
Dico Sfurzat della Valtellina, meticoloso e amante della montagna.

Lo sfortunato Mikel Landa, già ritiratosi dal Giro per un incidente?
A un rosso spagnolo di qualità: Rioja.

Wout van Aert?
Riesling alsaziano, apprezzatissimo dagli esperti del settore.

Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

Primoz Roglic, il favorito per la vittoria del Giro d'Italia 2025

Egon Bernal?
Un Chianti. Supera le difficoltà e torna sempre ai massimi livelli: redivivo.

Michael Storer?
Muller Thurgau della val di Cembra, si esalta sulle asperità alpine.

Giulio Ciccone
Trentodoc, in questo momento il miglior italiano.

Antonio Tiberi?
Etna rosso, un italiano da scoprire: vulcanico.

Diego Ulissi?
Le sue origini e la sua perseveranza impongono di paragonarlo ad un Supertuscan.

Moser Trento, la storia

Fondata nel 1979, l'azienda agricola Moser nasce dall'esperienza di Diego e Francesco, eredi di una lunga tradizione contadina radicata nella Valle di Cembra, in Trentino. L'impresa vinicola, oggi moderna e strutturata, mantiene uno stretto legame con le proprie origini, con un approccio produttivo che unisce tecnica, passione e attenzione alla qualità. Le origini familiari risalgono al 1800, quando gli antenati della famiglia Moser si trasferirono dall'Austria all'Altopiano di Piné. È però con Adriano Moser, nella prima metà del ‘900, che la famiglia si stabilisce a Palù di Giovo, in Val di Cembra. Qui inizia la coltivazione delle prime vigne. Il figlio Ignazio dà continuità al lavoro, trasformandolo da attività familiare a vera e propria professione agricola. Da una famiglia composta da dodici fratelli, Diego e Francesco sono coloro che si dedicano fin da giovani al lavoro in vigna. I lavori si svolgono ancora con metodi manuali: dissodamento, falciatura, raccolta dell'uva su ripidi terrazzamenti. È negli anni '70 che iniziano a produrre le prime bottiglie, vinificate nella cantina storica di Palù di Giovo.

Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

I vigneti di Moser Trento nella Valle di Cembra, in Trentino

Negli anni '80 l'azienda si amplia, grazie all'impegno di Francesco. Viene acquisita la proprietà di Maso Warth, un'antica dimora vescovile circondata da un anfiteatro di vigneti sulle colline di Trento. Questo luogo diventa anche sede della nuova cantina, pensata per la vinificazione e l'accoglienza di visitatori e appassionati. Oggi l'azienda è guidata dalla terza generazioneCarlo, figlio di Francesco, si occupa della parte amministrativa e commerciale, mentre Matteo, figlio di Diego, è responsabile del settore agronomico ed enologico. Il loro contributo si inserisce nella continuità familiare, con l'obiettivo di coniugare innovazione e tradizione per affrontare le sfide del mercato vitivinicolo contemporaneo.

Moser Trento, espansione in atto, ma non verso no e low alcol  

Carlo Moser racconta quindi a Italia a Tavola le strategie di sviluppo dell'azienda.

Come si porta avanti un'eredità di questo tipo?
Innanzitutto possiamo dire che Matteo ed io abbiamo assorbito i valori della cultura vignaiola perché ne siamo stati immersi fin da piccoli. La tradizione contadina contraddistingue le radici e l'operosità dalla nostra famiglia.  Noi abbiamo avuto il merito di formarci, attraverso percorsi di studio ed esperienze all'estero, in modo da poter ricevere questa eredità apportando il nostro contributo, col desiderio di innovare l'azienda. Poi, lavorando, abbiamo capito che questo mondo ci piaceva e che il mercato apprezzava le nostre intenzioni.

Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

Carlo e Matteo Moser, la nuova generazione alla guida dell'azienda

Che novità attendono Moser Trento in questo 2025?
Quest'anno completeremo il progetto di espansione della nostra tenuta (Maso Warth) con la realizzazione di una cantina ipogea per lo stoccaggio delle bottiglie. Cerchiamo sempre di investire per migliorare i locali per la produzione e l'ospitalità, così come investiamo in campagna, nell'impianto di nuovi vigneti e negli strumenti tecnologici per l'allevamento biologico della vigna.Non dimentichiamo i vini. Ogni anno cerchiamo di migliorare qualche fase del processo, senza contare che il progetto enologico di Matteo è sempre in evoluzione.

Se la tradizione è ben presente in azienda, in che modo si declina l'innovazione per Moser Trento?
Per noi “innovazione” significa esplorare potenziali spazi di miglioramento, sia nella produzione, che nella viticoltura, che nella gestione dell'operatività. L'agricoltura segue i ritmi scanditi del ciclo vegetativo della pianta, ma grazie alla tecnologia possiamo proteggere l'uva, garantirne la salubrità, consentirne la massima espressione qualitativa; possiamo inoltre ridurre i rischi e lo sforzo fisico per i vignaioli che lavorano il vigneto. Anche in cantina vige la stessa filosofia. La tecnologia non deve avere un impatto invasivo, bensì deve essere uno strumento che consenta all'uva di esprimere pienamente le sue caratteristiche. Ci siamo dotati delle migliori tecnologie disponibili per movimentare le uve, per spremerle con delicatezza, per condurre il mosto nelle vasche per gravità. Investiamo nel rinnovamento degli strumenti igrometrici e per il controllo delle temperature nelle vasche, valutando l'opportunità di dotarci di materiali innovativi per l'affinamento. Detto questo, la differenza la fa sempre l'uomo, che deve riuscire ad utilizzare questi strumenti in maniera consapevole e soprattutto con lungimiranza. Se non c'è consapevolezza del processo, la tecnologia è di per sé inutile.

Moser: «La crisi del vino è come quella del ciclismo. Roglic? È come un Barolo»

Nel 2025 si concluderà il progetto di espansione del polo produttivo di Maso Warth

Ritenete che sia il no o low alcol la risposta alla flessione dei consumi e più in generale state valutando soluzioni di questo tipo? 
Non ci siamo mai interessati ai no alcol o low alcol. Siamo una piccola azienda che opera in una nicchia di mercato. I nostri prodotti sono apprezzati e anche in questo avvio di 2025 non abbiamo visto un calo significativo delle vendite. Non crediamo di dover investire risorse nello sviluppo di prodotti alternativi.

Per quanto riguarda i vini fermi, sui bianchi, avete scelto il tappo a vite: come mai avete deciso di adottare questa strada?
Questa, ad esempio, è una piccola innovazione tecnologica. La decisione nasce dall'esigenza di preservare l'integrità del vino e garantire una qualità omogenea tra una bottiglia e l'altra. Inizialmente qualche cliente era scettico; poi, comunicando l'impatto dello “stelvin” sulla qualità del vino, il cambiamento è stato ricevuto positivamente, anche per quei prodotti da affinamento come per esempio il Riesling Renano.

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