Cibi ultra-processati
tra marketing e rischi per la salute: servono nuove regole
I cibi ultra-processati sono alimenti arricchiti con additivi chimici per migliorarne gusto, colore e conservazione. Tuttavia, il loro consumo eccessivo porta a gravi conseguenze per la salute, oltre a creare dipendenza, rivelando così una chiara strategia di marketing alla base della loro commercializzazione: l'aggiornamento della legge in materia è sempre più necessario
Redattore
L’alimentazione ha visto un crescente aumento del consumo di cibi ultra-processati, alimenti caratterizzati dall'aggiunta di numerose molecole chimiche destinate a migliorarne le proprietà organolettiche, come il colore, il sapore e la consistenza. Questi additivi non solo rendono i cibi più appetibili, ma sono anche utilizzati per motivi di marketing e conservazione a lungo termine. Tuttavia, le conseguenze per la salute legate a un consumo eccessivo di questi alimenti sono sempre più evidenti. E se da un lato la legislazione in materia non è ancora al passo con le continue evoluzioni, dall’altro il nostro corpo soffre sempre di più questo genere di alimenti.
Cibi ultra-processati, cosa sono
I cibi processati sono alimenti a cui vengono aggiunte molecole chimiche per migliorare le proprietà organolettiche, come colore, odore, sapore e consistenza. «Questi additivi hanno principalmente uno scopo commerciale e sono inseriti per rendere i prodotti più appetibili», rivela il professor Pierluigi Rossi, medico specialista in Scienza della Alimentazione e in Igiene e Medicina Preventiva.
«Alcuni alimenti - aggiunge - contengono principalmente emulsionanti, che sono additivi chimici utilizzati per unire molecole incompatibili, come l'acqua e l'olio. Questo è solo un esempio, ma molti altri alimenti vengono prodotti utilizzando diverse sostanze alimentari che devono essere mescolate insieme, e gli emulsionanti svolgono un ruolo cruciale in questo processo».
Cibi ultra-processati, non solo additivi
«Rispetto al tema degli alimenti ultra-processati - dice Domenicantonio Galatà, presidente dell'Associazione nutrizionisti in cucina - bisogna avere uno sguardo ancora più ampio. Non è solo una questione di additivi, che ricordiamo sono sostanze regolamentate, ma anche di sostanze che si formano naturalmente negli alimenti a lunga conservazione. Si chiamano prodotti di glicazione avanzata (AGEs - Advanced Glycation End-products) e ci invecchiano».
Sempre Galatà spiega: «Un esempio ben noto nel corpo umano è l’emoglobina glicata (HbA1c): quando il glucosio si lega all’emoglobina nei globuli rossi, forma un complesso stabile che riflette i livelli medi di zucchero nel sangue negli ultimi 2-3 mesi. Valori elevati di HbA1c sono un indicatore chiave del diabete e del rischio cardiovascolare. Lo stesso processo avviene negli alimenti, in particolare quelli ultra-processati e ricchi di zuccheri e proteine. Gli AGEs si formano non solo ad alte temperature, ma anche a basse temperature durante la lunga conservazione degli alimenti industriali. Questo è un aspetto fondamentale: non serve cuocere ad alte temperature per produrre AGEs, basta il tempo».
I cibi ultra-processati creano dipendenza
Secondo un'analisi pubblicata sul British Medical Journal, il 14% degli adulti e il 12% dei bambini mostrano segni di dipendenza dai cibi ultra-processati. Questi alimenti, se consumati abitualmente, possono avere effetti negativi sulla salute, aumentando il rischio di problemi cardiovascolari e obesità. Nei bambini e negli adolescenti, inoltre, potrebbero influenzare lo sviluppo e causare conseguenze anche in età adulta. Secondo i dati, l’assunzione prolungata di cibi ultra-processati ha superato il tabacco come principale causa di morte prematura.
Una dinamica che Rossi spiega così: «Ci sono diverse sostanze utilizzate nell'industria alimentare, tra cui dolcificanti, zuccheri nascosti e fruttosio. Il fruttosio, in particolare, è molto diffuso nelle bibite e in molti alimenti. Tuttavia, si tratta di un prodotto industriale ottenuto attraverso un processo che utilizza batteri per convertire il glucosio in fruttosio. Anche il sale nascosto, presente in varie forme a base di sodio, è ampiamente impiegato. Le molecole presenti in alimenti come le patatine stimolano l'appetibilità, il che va contro il senso di sazietà: non ci si sente sazi e si continua a mangiare. Così, i nostri cinque sensi non guidano più la scelta degli alimenti, ma vengono manipolati dalla chimica». «Questi ingredienti - aggiunge - alterano la percezione del gusto con un unico obiettivo: incentivare il consumo di alimenti senza che il consumatore rifletta sulle proprie scelte. È significativo notare come nei supermercati, spesso, siano presenti anche farmacie, suggerendo un circolo vizioso in cui un'alimentazione poco sana porta poi alla necessità di farmaci. Questo meccanismo, che può essere visto come una "follia organizzata", evidenzia l'importanza di sensibilizzare le persone su scelte alimentari più consapevoli».
«Ridurre l’accumulo di AGEs - evidenzia Galatà - significa scegliere cibi freschi, limitare alimenti trasformati e preferire cotture più delicate come la bollitura e il vapore. Solo così possiamo preservare la nostra salute senza cadere nelle trappole dell’industria alimentare. La qualità di quello che mangiamo va oltre lo scaffale del supermercato. Se compro un alimento fresco ma poi lo cucino male, ho più o meno lo stesso risultato, nutrizionalmente parlando, di un prodotto confezionato industriale».
Cibi ultra-processati, anche vegani e vegetariani esposti
Uno studio condotto nel Regno Unito ha rilevato che le persone che seguono una dieta prevalentemente vegetariana consumano più cibi ultra-processati rispetto a chi include la carne nella propria alimentazione. La ricerca è stata realizzata da un gruppo di esperti dell'Imperial College di Londra, in collaborazione con l'Università di San Paolo e l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, utilizzando i dati del progetto UK Biobank. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista eClinicalMedicine.
Seguire una dieta vegetariana o vegana non significa necessariamente adottare un’alimentazione più sana. Molti prodotti considerati "vegani" sono ultra-processati e poco salutari. Inoltre, molti alimenti vegani pronti, come hamburger e formaggi vegetali, contengono additivi, emulsionanti e grassi aggiunti per migliorarne consistenza e sapore. Chi segue una dieta priva di carne spesso ricorre a sostituti industriali, come salsicce e hamburger vegetali, noodles istantanei e formaggi vegani, per motivi di praticità, costi o mancanza di tempo. Il prof. Rossi quindi ricorda: «Possono essere presenti anche additivi di origine vegetale, e su questo si potrebbe intervenire per migliorare la qualità degli alimenti. Tuttavia, il punto centrale è che la grande distribuzione commerciale ha bisogno di prodotti processati sia per esigenze di marketing che per garantirne una lunga conservazione e facilitarne la commercializzazione».
Cibi ultra-processati, i danni per la salute
«La ricerca scientifica attuale ha ampiamente dimostrato che alcuni di questi additivi possono essere nocivi per la salute, in particolare alterando il microbiota e la parete intestinale», appunta Rossi che spiega: «Gli emulsionanti possono compromettere lo strato di muco che riveste l'intero sistema intestinale. Ogni giorno, infatti, produciamo circa 10 litri di muco, che si deposita sulle pareti dell'intestino, dallo stomaco fino al colon, e al suo interno si trova il microbiota. Alterando il muco, gli emulsionanti ne modificano la composizione e la qualità, influenzando negativamente il microbiota e creando condizioni disfunzionali, con disturbi come dolore, meteorismo, stipsi, diarrea e coliche gassose. Questi disturbi intestinali, inizialmente funzionali, possono evolvere in vere e proprie patologie».
Cibi ultra-processati e diabete: una correlazione pericolosa
Negli ultimi 20 anni, l’obesità in Italia è aumentata del 36% e nel nostro Paese il 14% delle calorie consumate derivanti da cibi ultra-processati. È quanto emerge da una ricerca condotta dalla Fondazione Aletheia, uno studio è stato coordinato dal professor Antonio Gasbarrini, preside della Facoltà di Medicina dell'Università Cattolica di Roma e direttore del Centro Malattie dell'Apparato Digerente del Policlinico Gemelli.
Il consumo di alimenti ultra-processati è in crescita, soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 30 anni. Tra questi rientrano merendine, snack salati e bevande gassate, che contengono numerosi additivi chimici come coloranti e dolcificanti artificiali. Lo chef Matteo Grandi, che ha dichiarato di aver perso circa 90 kg in 8 mesi, aveva sottolineato di aver eliminato dalla propria dieta anche e soprattutto i cibi processati.
Cibi ultra-processati: rischio tumori
Un recente studio, diffuso da Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), ha analizzato il consumo di cibi ultra-processati e il loro possibile legame con alcuni tipi di tumori del sistema digestivo e respiratorio. La ricerca, condotta nell’ambito dello studio Epic, ha coinvolto oltre 450mila partecipanti provenienti da 10 Paesi europei, tra cui l’Italia, seguiti per circa 14 anni. Dai risultati emerge che un incremento del 10% nel consumo di questi alimenti è associato a un aumento del 23% del rischio di tumori testa-collo e del 24% di adenocarcinoma esofageo. Poiché cibi di questo tipo sono spesso collegati anche a un maggiore indice di massa corporea e a un aumento del grasso corporeo, i ricercatori hanno valutato se fosse proprio l’adiposità a spiegare il legame con il rischio tumorale. Tuttavia, questa spiegava solo una parte dell’associazione, suggerendo che altri fattori potrebbero essere coinvolti. Secondo gli autori dello studio, sarà necessario approfondire ulteriormente il tema per comprendere i meccanismi alla base di questa correlazione e valutare l’eventuale ruolo di specifici ingredienti.
Cibi ultra-processati, rimettere l’uomo al centro
La legge che regola gli additivi in Europa, e quindi anche in Italia, è un regolamento europeo del 2008. «Sono passati 17 anni da quella legge e sarebbe opportuno rivederla», chiosa Rossi che porta ad esempio altri Paesi: «Va riconosciuto che, ad esempio, negli Stati Uniti esiste la tendenza del "Clean Label", che promuove l'eliminazione degli additivi chimici dagli alimenti. Anche in Sud America, in particolare in Brasile, c'è una legislazione innovativa che ne regola l'uso». La chiave, per il prof. Rossi, è quella di uscire dalle logiche di marketing per prestare attenzione a cosa davvero mangiamo: «Dovremmo rimettere al centro l’essere umano e il suo corpo. L’intestino, infatti, è un organo che è rimasto invariato dai tempi dell’età della pietra: rappresenta il nostro "hardware", mentre il "software" - ovvero l’alimentazione - è cambiato radicalmente. Questo porta l’intestino a non riconoscere più molti degli alimenti moderni, con conseguenze negative sul microbiota e sulla parete intestinale, aumentando il rischio di disturbi e, successivamente, di patologie».
In questo senso, il professor Giorgio Calabrese, medico nutrizionista e presidente del Cnsa, il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, del Ministero della Salute, allargando il discorso anche alle intolleranze e alle allergie alimentari, aggiunge: «Il cibo ultra-processato deve essere sempre controllato, ma un fattore è anche dato dai cibi di altre etnie. Non solo i bambini, ma anche i genitori, portano a casa certi alimenti - come il sushi o il kebap ad esempio, per quanto possano essere gustosi - che non hanno una frequenza e una regolarità nella nostra cultura e diversi da quella che era la nostra capacità di reazione, e che possono essere stati caricati di alcune sostanze per una maggiore concentrazione e possono dare delle allergie».
Nessun commento:
Posta un commento