Continua l'estate
degli scontrini pazzi:
in Sardegna 40€ per insalata di riso e tramezzino
L'ennesima denuncia arriva dai GolaSeca, band rock dell'isola, che raccontano sui social il conto shock: «Un tramezzino, una Coca-Cola, un'insalata di riso... 40 euro. Siete tutti fuori di testa». Si allunga l’elenco delle contestazioni al bar o al ristorante
Un'insalata di riso, un tramezzino e una bibita: totale 40 euro. Siamo in Sardegna ed è l'ennesimo scontrino dell'estate 2025 a scatenare polemiche e indignazione. Questa volta, però, a denunciare il conto fuori scala non è un turista qualsiasi, bensì i GolaSeca, band rock isolana attiva dal 2010, che sui social hanno messo nero su bianco tutta la loro rabbia: «Cara Sardegna, i prezzi sono da fuori di testa. Un tramezzino, una Coca-Cola, un'insalata di riso… 40 euro. Siete tutti fuori di testa dateci retta, anzi... date retta ai turisti che vanno da altre parti».
Un post asciutto e rabbioso, che però mette a nudo una sensazione sempre più comune: i conti lievitano, la qualità spesso non convince e le porzioni si riducono. Alla fine, quello che paghi non corrisponde a quello che hai davanti al piatto. Oggi, però, non sono più soltanto i turisti a sentirsi spennati: infatti, anche chi vive sull'isola si ritrova ogni giorno a fare i conti con prezzi che trasformano una colazione in un lusso e un pranzo veloce in un salasso. La voce dei GolaSeca non è quindi un fulmine a ciel sereno. È l'ennesima spia di un fenomeno che ormai si ripete a ogni stagione estiva: lo scontrino che diventa caso nazionale, capace di accendere discussioni e di mettere in luce la distanza sempre più evidente tra chi serve e chi consuma.
Scontrini pazzi, un fenomeno che si ripete
Tra i conti che hanno fatto più discutere quest'estate c'è sicuramente la bruschetta da 28 euro servita al ristorante “Procaccini” di Milano. Un piatto simbolo della cucina povera, pane tostato con pomodoro e basilico, trasformato in proposta gourmet con ingredienti ricercati e tecniche d'alta cucina. Il problema non è tanto il valore degli ingredienti, quanto il cortocircuito tra aspettativa e realtà: chi legge “bruschetta” pensa a semplicità e immediatezza, non a un piatto da alta ristorazione. E lo stupore per la presentazione si trasforma in shock al momento del conto.
Ancora più divisivo è stato il caso denunciato dalla nuotatrice Elena Di Liddo, che in un locale si è vista addebitare 1,50 euro per togliere i pomodorini dalla pizza. Una richiesta banale diventata costo extra. L'indignazione, in questo caso, non nasce dalla cifra in sé ma dal principio: pagare per non ricevere qualcosa. E così il termometro dell'opinione pubblica sale a ogni piccolo scontrino virale.
Ma non è tutto. A Oderzo (Treviso), il sovrapprezzo di 10 centesimi per tagliare una brioche ha portato a una valanga di recensioni negative, nonostante il titolare abbia provato a difendersi parlando di costi aggiuntivi legati a piattini, tovaglioli e personale. A Bari, poi, un cliente ha mostrato lo scontrino con 50 centesimi per il pepe richiesto al tavolo. Difficile distinguere la realtà dalla satira, eppure è successo davvero. Un dettaglio minimo, una reazione enorme. Perché se ogni gesto viene monetizzato, l'esperienza rischia di perdere significato.
Gli scontrini e il prezzo della sfiducia
Il filo conduttore di queste storie è sempre lo stesso: la distanza tra ciò che il cliente si aspetta e ciò che il ristoratore chiede di pagare. Non è una guerra di cifre, ma un braccio di ferro sulla fiducia. Quando questa viene meno, ogni piccolo sovrapprezzo diventa il simbolo di una sproporzione più grande. I social hanno trasformato lo scontrino in un termometro del malessere, capace di far esplodere polemiche nel giro di poche ore. Ed è in questo clima che il confine tra giusto prezzo e speculazione diventa sempre più sottile.
Perché se un'insalata di riso arriva a costare quanto una cena completa altrove, il rischio non è solo quello di far indignare i turisti di passaggio, ma di erodere lentamente la credibilità di un'intera offerta gastronomica. E allora la domanda non è quanto valga una bruschetta, un tramezzino o una pizza senza pomodorini. La domanda vera è quanto a lungo un sistema del genere possa reggere, prima che chi si siede al tavolo scelga semplicemente di non farlo più.
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