sabato 22 novembre 2025

Musica o silenzio? Altro che menu

 

Musica o silenzio? 

Altro che menu, 

è lo spartito che divide 

i ristoranti italiani

Il dibattito sulla musica al ristorante esplode e divide il settore: c’è chi, come Massimo Bottura e Ernesto Iaccarino, la considera parte integrante dell’esperienza e chi no, come Nicola Piovani ed Edoardo Raspelli, che difendono il silenzio come lusso raro. Altro che menu: oggi a segnare l’identità di un locale può essere lo spartito

di Nicholas Reitano
Redattore

Musica o silenzio? Altro che menu, è lo spartito che divide i ristoranti italiani

Musica al ristorante sì o musica al ristorante no? È la domanda che negli ultimi giorni ha acceso il dibattito nel mondo della ristorazionedopo l’intervista di Italia a Tavola ad Alessandro Pipero, maitre e titolare dell’omonimo stellato romano. Nell’occasione, ricordiamo, ha infatti raccontato la sua scelta di rompere gli schemi introducendo una vera e propria “carta della musica”, consegnata ai clienti come fosse un menu: ognuno può scegliere il proprio brano, trasformando il sottofondo in un elemento di partecipazione e gioco.

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Alessandro Pipero

Quasi in contemporaneaa Ostuniin Pugliaalcuni clienti di un bar hanno denunciato l’inserimento nello scontrino di un sovrapprezzo per la musica di sottofondo non richiestaUn episodio che ha fatto discutere e che, insieme all’esperimento di Pipero raccontato da Italia a Tavola, ha rappresentato, di fatto, la miccia per un confronto più ampiola musica è un valore che arricchisce l’esperienza al ristorante o un disturbo da evitare?

La musica come parte dell’esperienza a tavola?

A schierarsi a favore della musica al ristorante, una colonna della cucina italiana: il figlio d’arte Ernesto Iaccarino, oggi alla guida del Don Alfonso 1890 di Sant’Agata sui Due Golfi (Na), locale (anche hotel) di famiglia che in passato ha conquistato le tre stelle Michelin e che oggi, dopo il restauro, conta un macaron rosso e uno verde: «La musica, se è piacevole, alla fine ti lascia soddisfatto - spiega Iaccarino a Italia a Tavola. La scienza lo confermaanche negli animali, come nel caso della bufala e quindi della produzione casearia, ha effetti positiviLa buona musica fa bene all’animaAiuta a vivere meglioe lo stesso, per quanto mi riguarda, vale al ristorante».

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Ernesto Iaccarino e Marta Bidi

Un approccio che trova conferma anche tra i professionisti di sala. A fare eco a Iaccarino è Marta Bidi, maitre del ristorante Mater di Moggiona (Ar), un locale immerso nella natura, nel cuore del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. «La musica non deve infastidire l’ospitema entrare a far parte dell’esperienzadel percorso» sottolinea. «Deve essere scelta con curanon messa a caso e, soprattutto, non può ridursi a una playlist confezionata da altri. Credo che, se c’è la giusta conoscenzasia bellissimo avere la musica al ristoranteaiuta ad amplificare il percorso».

Meglio il silenzio al ristorante?

Non tutti, però, concordano sul fatto che la musica sia già oggi un valore ben gestito nei ristoranti. Se Iaccarino e Bidi ne sottolineano l’importanza, c’è chi ricorda che la strada è ancora lunga e che troppo spesso le scelte sono approssimative. È il caso di Marco Colognese, uno dei critici gastronomici più noti in Italia e collaboratore di Italia a Tavolache pur riconoscendo il potenziale della musica evidenzia quanto ci sia ancora da lavorare. «Sono un grande appassionato di musica e allo stesso tempo visito 300 ristoranti all’annoQuelli nei quali trovo una "colonna sonora" minimamente adeguata sono la netta minoranzaUna costante è certamente quella di affidarsi a Spotifysenza cognizione di causail prodotto sono spesso sequenze di tristissime cover monocordi di grandi brani». Un limite che, secondo Colognese, rischia di compromettere anche le esperienze più raffinateMorale? «C’è tantissimo da fare».

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Marco Colognese ed Edoardo Raspelli

Se per Colognese il problema principale è la superficialità con cui spesso si sceglie la musica, Edoardo Raspelli spinge la critica ancora oltre. Per il decano del giornalismo gastronomico il silenzio non è un vuoto da riempirema un valore che arricchisce l’esperienzaLa musica, soprattutto quando non è pensata e contestualizzata, diventa solo un elemento di disturbocapace di incrinare l’atmosfera e togliere autenticità al momento: «Non la sopporto e mi dà fastidioLa tranquillità e il silenzio sono una grande bellezzaAnche perché spesso la musica non c’entra nulla con l’atmosfera del locale. Il silenzio poi ti fa ascoltare il ristorante, i suoi rumori… la convivialità».

Sulla stessa linea di pensiero di Raspelli, Stefano D’Onghia. Lo chef di Putignano (Ba), ricordiamo, dopo anni trascorsi nel fine dining, ha scelto di compiere una “rivoluzione al contrario” trasformando il suo ristorante gourmet Botteghe Antiche in una trattoria autentica di paese, con tovaglie a quadretti, piatti della memoria e prezzi popolari. E quila musica non è certo un elemento fondamentale. «Per me non ha rilevanzaHa sicuramente più importanza la tavolail cibo, il percorso gastronomico, più che il sottofondo musicaleLa utilizzo pochissimoquando me lo ricordo (ride, ndr)».

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Stefano D’Onghia e Igles Corelli

Nonostante le critichetra i grandi chef intervistati prevale il “”: la musicase ben sceltapuò davvero arricchire l’esperienza. Lo ricorda con chiarezza lo chef e maestro indiscusso della cucina d'autore Igles Corelli: «Al ristorante bisogna usare tutti i sensiSe c’è una brutta musica - così come un profumo sgradevole o dei brutti quadri - è ovvio che stonaSe invece c’è una buona musica, un buon profumo, dei bei quadri, tutto funzionaSono i dettagli a fare la differenza».

Se utilizzata, la musica deve essere 

selezionata con cura

Un concetto che trova eco nelle parole di Pino Cuttaia, che a La Madia di Licata (Ag), due stelle Michelin, ha scelto il vinile: «La musica nella ristorazione è un tema personaleNel mio locale il cliente può mettere la musicaè un momento da dedicare alle persone careun gesto che rende il ristorante anche casa suaNoi ristoratori siamo complici della felicitàse c’è un sottofondoè bellissimo».

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Pino Cuttaia e Paolo Griffa

Per altri, poi, la musica è parte dell’identità stessa di un localePaolo Griffa, patron dell’omonimo locale una stella Michelin ad Aosta, la definisce «sottofondo e accompagnamento che racconta della personalità del ristorante», mentre Roberto Okabe, già titolare dello storico Finger's Garden di Milano e attuale chef del View (sempre nella città meneghina), sottolinea come sia «parte dell’immagine insieme a servizioluci e salaun elemento che accompagna il cliente se scelto bene». Sulla stessa linea anche Mario Valveri e Antonella Federico, proprietari - rispettivamente - del ristorante L’Amuri a Milano e de La Caprese a Mozzo (Bg).

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Roberto Okabe e Mario Valveri

Il fil rouge che collega tanto le critiche quanto i pareri favorevoli è uno solola musica, in ogni caso, non può essere improvvisataDeve essere pensatacalibratastudiata con la stessa attenzione che si dedica a un piatto o a un vino. Lo ribadisce con chiarezza Ottavio Venditto, sommelier del Glam di Venezia (due stelle Michelin e di proprietà di Enrico Bartolini, lo chef con più macaron d’Italia): «Noi abbiamo fatto studiare le tracce in base ai nostri piattiin maniera mirataÈ molto piacevole, e c’è, lo ripetoun lavoro preciso alle spalleIl cliente quasi non se ne accorge: è delicatasensibileun accompagnamento discreto».

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Antonella Federico e Ottavio Venditto

Scientificamente parlando, diversi studi hanno mostrato come la musica possa influenzare la percezione a tavola. Ad esempio, alla Oxford University, il professor Charles Spence ha infatti rilevato che melodie dolci e armoniose tendono a esaltare le note zuccherinementre sonorità più cupe accentuano l’amaroDalla Danimarca, invece, le ricerche dell’Università di Aarhus raccontano che un sottofondo lento e rilassante porta a mangiare e bere con calmamentre ritmi più veloci spingono a consumare rapidamente. In fondo anche il silenzio ha il suo ruoloma una musica scelta con attenzione può diventare parte integrante dell’esperienzaal pari della luce o dell’arredamento.

La lettera di Piovani e la risposta di Bottura

Ad infuocare la questione, ricordiamo, anche Nicola Piovani, compositore e premio Oscar, che con una lettera pubblicata su Repubblica ha ribadito - a 12 anni dal primo appello - l’invito ai ristoranti a togliere la musica: «Ormai non c’è luogo dove ci si possa difendere dal diffondersi straripante di questo blob musicale, da questa musica da parati che implacabilmente si insinua nel nostro vivere, nel nostro parlare, che ci impedisce di goderci in silenzio un bicchiere di vino, una chiacchierata fra amici. Il silenzio sta diventando sempre più raro e prezioso».

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Nicola Piovani e Massimo Bottura

Una lettera che ha scossoche ha fatto rumore e che ha convinto un altro gigante della cucina italiana come Massimo Bottura a prendere una posizione, netta e contraria, rispetto a quella del pianista: «Ogni ristoranteogni localeha un’anima propria. E la musica ne fa sempre parte. Che si entri in un tempio della gastronomia o in un semplice bar di quartiere, bisogna immergersi in un mondo coerente e unicodove il suono non sovrastima accompagni il sapore dei piatti».

Un dibattito destinato a restare aperto

Musica o silenzio? Altro che menu, è lo spartito che divide i ristoranti italiani

Insomma, il dibattito sulla musica al ristorante resta aperto e sembra destinato a dividere ancora a lungo chefmaitre e critici. C’è chi la considera parte essenziale dell’esperienza a tavola, capace di amplificare sapori ed emozioni, e chi invece ne denuncia l’invadenza, invocando il ritorno al silenzio come lusso raro. Tra i sostenitori del sottofondo musicale troviamo nomi come Massimo Bottura, Ernesto Iaccarino e Igles Corelli, convinti che ogni locale debba avere una colonna sonora coerente.

Due posizioni, una tavola divisa

A ricordarlo è anche Matteo Scibilia, cuoco e membro del comitato scientifico di Italia a Tavola: «La musica è un complemento che permette una maggiore degustazione del ciboDeve essere selezionatarilassantepuò essere un contributo positivo». Dall’altra parte, voci autorevoli come Nicola Piovani ed Edoardo Raspelli difendono il silenzio come valore imprescindibile di autenticità. Una cosa è certache sia un vinile scelto dal cliente o una playlist pensata ad hocla musica - o la sua assenza - è ormai parte integrante dell’identità di ogni ristorante.

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